È possibile avere giustizia in Egitto? C’è una storia interessante che forse in molti hanno dimenticato. Il 6 giugno 2010 ad Alessandria due poliziotti torturarono e uccisero Khaled Said, studente di 28 anni, la stessa età di Giulio Regeni. Gli agenti lo arrestarono in un internet cafè, lo trascinarono fuori dal locale e gli frantumarono il cranio. Due medici tentarono di intervenire ma vennero allontanati e Khaled fu finito a bastonate.
Per simulare un’aggressione di sconosciuti il corpo venne gettato tra la spazzatura in una strada secondaria: senza neppure nasconderlo troppo, come hanno fatto per Regeni, il cui corpo è stato ritrovato in un fosso nello stesso giorno in cui il generale-presidente Abdel Fattah al-Sisi ha incontrato il ministro italiano Federica Guidi. La tesi per la difesa dei poliziotti venne costruita rapidamente: secondo l’autopsia Khaled nascondeva dell’hashish e successivamente la polizia affermò che era in possesso anche di armi da fuoco. I depistaggi qui sono sempre all’ordine del giorno.
Per alcuni mesi i poliziotti, Mahamoud Salah e Awad Suleyman, la fecero franca fino a quando la foto di Khaled e del suo volto deformato dalle torture diventò uno dei simboli della rivolta anti-Mubarak di Piazza Tahrir. Nell’ottobre 2011 vennero condannati a sette anni e nel 2014 la pena fu aumentata a dieci. Una condanna non esemplare ma significativa: la polizia solitamente non viene perseguita per abusi e torture.
La storia di Khaled Said è fondamentale per capire le ragioni profonde della rivolta del 2011 che non erano soltanto economiche, sociali o legate alla propaganda islamica ma determinate da un sistema repressivo inaccettabile per un Paese che aveva garanzie giuridiche di stampo occidentale già agli inizi del secolo scorso. «Non sono stati i poliziotti a uccidere Khaled Said, è stato ammazzato dalla nostra Costituzione, dalle nostre leggi di emergenza manipolate e abusate. In questo Paese si varano le leggi escludendo sistematicamente i giuristi dalla loro formulazione», mi disse allora Zacharia Abdelaziz, presidente dell’Associazione dei magistrati, ex giudice di Corte d’Appello. Era un signore cordiale, di piccola statura che esponeva fatti e concetti con molta chiarezza. «L’unica colpa di Khaled è stata chiedere al poliziotto: perché vuoi perquisirmi? Questo non è un reato per cui essere torturati e uccisi». Ma c’è ben altro, aggiunse il giudice. «Supponiamo che Khaled avesse commesso qualche azione illegale: dà forse diritto ai poliziotti di trattarlo in maniera disumana?».
Le parole di Zacharia Abdelaziz sulla giustizia egiziana sono ancora oggi attuali. Se nel caso di Regeni otterremo qualche cosa dal Cairo sarà probabilmente anche per le pressioni Usa, come scriveva ieri il New York Times: gli Stati Uniti versano 1,3 miliardi di dollari l’anno di aiuti militari all’Egitto, che in termini politici pesano assai più del nostro interscambio; e inoltre Washington sostiene l’Egitto nella questione libica. Sulla solidarietà europea è meglio non fare conto se è vero quanto dichiarato ad al-Ahram dal presidente della commissione Esteri del Parlamento europeo, il tedesco Elmar Brok, secondo il quale il barbaro omicidio di Regeni «sarebbe soltanto un incidente come ne capitano in altre nazioni».
Agli autocrati come al-Sisi delle commesse con l’Italia importa fino a un certo punto: un raìs non deve mai mostrare di cedere a pressioni esterne, un aspetto del potere che è più importante dei soldi. Inoltre al-Sisi si è accreditato per avere fatto fuori i Fratelli Musulmani, un lavoretto per cui Arabia Saudita ed Emirati gli hanno versato 10 miliardi di dollari. Tutto questo, con la sponsorizzazione del generale Khalifa Ha ftar in Cirenaica, conta più delle pressioni che può fare l’Italia.

Fonte: IlSole24Ore