Piccole e strane guerre crescono, fino a diventare incontrollabili. Le peggiori, se si può fare una classifica nelle tragedie, sono quelle che partono da clamorosi calcoli sbagliati. Ma ancora più tremende sono quelle in cui gli errori non vengono mai corretti. Eppure, per restare nel Levante arabo, c’era già il precedente dell’invasione americana dell’Iraq cui in questi anni si è aggiunta la Siria. Per non parlare della Libia che ci riguarda direttamente.
Non dimentichiamo che è stato l’attacco a Saddam Hussein a trasformare l’Iraq nella calamita di tutte le destabilizzazioni regionali. Nel 2005 l’ex segretario di Stato Condoleezza Rice definì allora lo stato del Medio Oriente un «caos creativo» da cui sarebbero sorte nuove democrazie: è già questo dimostra gli sconcertanti limiti della leadership americana che hanno pesato come un macigno su Obama.
Il “Siraq” (Siria più Iraq) come un tempo l’Afghanistan – per altro sempre d’attualità con il ritorno all’offensiva dei Talebani – promette di diventare un giustiziere inesorabile delle ambizioni di superpotenze e attori locali, con popolazioni stritolate in una battaglia che potrebbe durare ancora molti anni.
Assad nel 2011 pensava di sbarazzarsi in pochi giorni di una rivolta locale a Daraa, allargata dalla repressione in una sollevazione nazionale; l’Occidente e i suoi alleati turchi e arabi credevano in qualche settimana di sbalzarlo dal potere sull’onda delle primavere arabe, lasciando il lavoro sporco a insorti e jihadisti di tutte le risme; adesso, soprattutto grazie ai devastanti fallimenti precedenti, è arrivata la Russia che bombarda a tutto spiano pur di salvare un regime destinato comunque a essere sostituito anche nei piani futuri di Mosca e Teheran, l’altro alleato di Damasco.
Nella terza guerra mondiale a pezzi, come l’aveva definita Papa Francesco, occorre avere nervi saldi, misurare le forze, limitare i danni e colpire dove serve. Ma è proprio questo che manca adesso alla comunità internazionale: un obiettivo comune e condiviso.
La battaglia non è soltanto contro il Califfato ma per definire le frontiere del Medio Oriente e le zone di influenza: una partita strategica che potrebbe durare anni, in cui le popolazioni saranno costrette a lasciare nella disperazione i loro ultimi rifugi e quel che resta di nazioni fallite.
Rispetto all’intervento aereo della coalizione internazionale a guida americana, quello di Putin ha un vantaggio: la Russia gli stivali sul terreno li ha già mentre gli Stati Uniti, per ora, non hanno nessuna intenzione di metterceli. La fanteria di Mosca è costituita dall’esercito di Assad, dalle milizie sciite dei Pasdaran iraniani e da quelle assai agguerrite degli Hezbollah libanesi. Gli aerei russi, piuttosto moderni ma anche meno precisi di quelli occidentali, sanno dove colpire: prima di tutto i nemici di Assad che non sempre sono gli stessi della coalizione Usa, cioè l’Isis e Jabhat al Nusra, il gruppo affiliato ad Al Qaeda.
Anzi è proprio questo il problema: nella guerra mondiale di Siria il nemico numero uno, almeno a parole, è il Califfato, ma i nemici sono diversi a seconda degli schieramenti. In realtà ognuno pensa a combattere il suo nemico: gli arabi sunniti contro gli sciiti e viceversa, i turchi contro i curdi, la Russia e l’Iran contro gli avversari di Assad, l’Occidente e gli Stati Uniti contro il Califfato ma anche contro gli stessi errori commessi in oltre un decennio di fallimenti.
Che Putin in Siria possa togliere le castagne dal fuoco agli americani e all’Occidente è un’illusione. Al massimo può contribuire a rendere ancora più violento un conflitto che ha già inghiottito 250mila vittime e provocato alcuni milioni di profughi. Con le armi si possono tenere lontano i jihadisti da Damasco ma non fermare il loro reclutamento. Del resto neppure gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere efficaci: in oltre un anno di bombardamenti non hanno ottenuto risultati apprezzabili, se non la difesa dei pozzi petroliferi del Kurdistan iracheno di Massud Barzani.
Ma i curdi siriani e il Pkk, per Ankara gruppi terroristici, sono stati lasciati come un bersaglio per i raid della Turchia: quella che poteva essere la fanteria occidentale contro l’Isis è stata abbandonata al suo destino perché Erdogan tutto vuole ma non l’embrione di uno stato curdo ai suoi confini.
La nuova guerra cambia anche le alleanze. Nell’avanzata del Califfato in Iraq Assad non ha avuto un ruolo significativo, eppure il Paese occupato dagli americani nel 2003 oggi per un terzo è in mano all’Isis: il risultato è che il governo sciita di Baghdad, temendo di essere travolto, ha stretto un patto militare con Mosca, Damasco e si fa difendere dai Pasdaran iraniani.
Qualche buona ragione di essere in Siria Putin ce l’ha, anche se possiamo non approvarlo, mentre gli Stati Uniti non si capisce che cosa ci fanno ancora in Medio Oriente se non appoggiare le ambizioni di rivincita anti-sciita delle monarchie del Golfo, impaurite dall’accordo con Teheran, e raccogliere le schegge del delirante “caos costruttivo” di oltre un decennio di politiche sbagliate. Se Putin e l’Iran lanceranno una ciambella diplomatica di salvataggio, l’Occidente questa volta potrebbe anche afferrarla al volo pur di uscirne e cominciare a disegnare un nuovo puzzle di bantustan e città-stato mediorientali magari lasciando come in una tragica fiction gli stessi nomi di oggi sulla mappa. Ma questo è già uno scenario molto ottimista.

Fonte: Il Sole 24 Ore