Intervista a cura di Marco Sarti

Professore, partiamo dalla realtà populista per eccellenza. Il Movimento Cinque Stelle ha ottenuto grandi risultati a Roma e Torino, ma è andato male nelle altre grandi città. Può essere considerato un successo?
Se al ballottaggio arriverà almeno un successo, sicuramente. In caso contrario, il giudizio sarebbe decisamente più sfumato. Tuttavia non mi spingerei comunque a dire che nelle altre grandi città è andata male. Salvo che a Parma e a Livorno, dove ha contato molto, al secondo turno, un voto punitivo ai danni del Pd, nelle elezioni comunali il M5S non ha mai ottenuto grandi risultati. Il suo è per ora, in grande misura, un consenso politico, mentre si è ancora incerti nell’attribuirgli capacità amministrative. Il fatto però che in molte località medie e piccole, fra cui parecchie in cui non si erano mai presentati prima, i candidati Cinque Stelle abbiano raccolto fra il 10 e il 15% sta a dimostrare che è in atto un processo di insediamento e diffusione territoriale che in futuro potrà essere importante. A patto che i processi di selezione interna cambino e si eviti di creare situazioni di conflittualità locale fra capetti e aspiranti consiglieri o deputati, che guasterebbe l’immagine di estraneità alla classe politica professionale e ai suoi difetti.

«Per il momento, il richiamo di Grillo – delle sue opinioni, del suo stile, della sua figura – mi pare ancora decisivo per garantire al movimento quell’attrattiva trasversale che ne ha fatto la fortuna. Un vero passo indietro sarebbe prematuro»
Sta cambiando qualcosa nella leadership del Movimento? La morte di Casaleggio, il passo indietro di Grillo. Può ancora esistere un M5S senza i suoi punti di riferimento?
È però evidente, e inevitabile, che i dirigenti di maggiore spicco, che, volente o nolente la base, hanno ormai una visibilità autonoma e una quota di potere interno crescente, stiano cercando di darsi una fisionomia autonoma e spazi di manovra adeguati. Se non sbilanceranno troppo la linea a sinistra o a destra, questo potrebbe gradualmente consentire un consolidamento delle posizioni elettorali. In caso contrario, i pericoli saranno notevoli.

Se vincono a Roma e Torino, intanto, i grillini saranno chiamati alla prima vera grande prova di governo. È un’opportunità o un rischio?
Ambedue, ovviamente. Ma quando si è diventati, ad un’elezione legislativa, il primo partito del paese e, nei sondaggi, si viene spesso dati vincenti al ballottaggio nella prossima, prove di questo tipo non si possono schivare. E bisogna investirci tutte le capacità disponibili.

Altro movimento populista, la Lega di Matteo Salvini. Un giudizio sul suo risultato elettorale?
Non ho visto quadri riassuntivi di percentuali e seggi raccolti nell’insieme, e in particolare nell’area del centro-nord, ma un’osservazione a campione mi fa supporre che quasi ovunque stia davanti a tutti i potenziali o attuali alleati. Quel che è certo che in regioni come la Toscana e l’Emilia Romagna il suo peso si è rafforzato. Ora le si pone il problema del “che fare?” nei rapporti con ciò che resta del centrodestra, che nell’immagine e nella sostanza si va sempre più omologando al centrosinistra e, così facendo, si allontana molto dalle posizioni della Lega e dalle aspettative dei suoi sostenitori.

L’impressione è che la Lega sia destinata a rimanere una forza minoritaria. Soprattutto al Sud, dove l’atteso sbarco non è mai avvenuto. È d’accordo?
Cosa significa “forza minoritaria”? Che è destinata a non raggiungere il 50? E quale altro partito ci può riuscire? Che difficilmente supererà il Pd o i Cinque Stelle? Per il momento, è probabile, ma se dovesse attestarsi su cifre attorno o superiori al 15% sul piano nazionale, visto il prevedibile aggravarsi dei fenomeni che sono al centro delle sue critiche – l’immigrazione in primo luogo – la sua capacità di aggregazione potrebbe fare ulteriori passi avanti, come sta accadendo a molti altri partiti populisti in giro per l’Europa. E la sua presenza diventerebbe difficilmente aggirabile.

Il populismo va letto con la sola accezione negativa? Si può fare un confronto tra il populismo grillino e quello leghista?
Io non ho mai osservato e studiato il populismo alla luce di pregiudiziali, e nei miei scritti ormai da più di quindici anni sto combattendo – non unico nella comunità scientifica internazionale; ma siamo in pochi, in mezzo a molti militanti travestiti da studiosi e studiosi tentati dal militantismo – affinché il fenomeno populista sia studiato per quello che è: una mentalità che oggi, malgrado l’uso denigratorio dell’etichetta che politici e media promuovono senza sosta, trova sintonia in fasce rilevanti delle popolazioni di molti paesi. Quanto a M5S e Lega, le loro posizioni hanno – e i loro esponenti, pur con ovvia prudenza, lo hanno riconosciuto in varie occasioni pubbliche – più punti di contatto che di divergenza, ma soprattutto sul piano dell’immagine gli oltranzismi leghisti, conditi di irrisioni al politically correct, rendono difficilmente praticabile l’ipotesi di una futura convergenza. Resta il fatto che elettoralmente si contendono un segmento comune, pur avendo poi anche altri bacini d’utenza non comunicanti.

Queste elezioni hanno definitivamente archiviato il confronto tra destra e sinistra? Ormai la partita è tra populismo e partiti tradizionali?
Non ancora, ma se la tendenza all’indifferenziazione su una gran quantità di temi fra Pd e centrodestra continuerà ai ritmi attuali, la possibilità c’è. Attenzione, però: l’esperienza insegna che le “grandi coalizioni” sono il terreno più fecondo per la crescita elettorale delle alternative populiste.

Da questo punto di vista quali saranno le prospettive sullo scenario politico italiano? La voglia di populismo è destinata a crescere?
Dipenderà in larga misura da ciò che faranno gli avversari dei populisti, cioè il ceto dei politici di professione, quello italiano ma anche quello dell’Unione europea. Se continueranno sul registro della corruzione, dell’incapacità decisionale, dell’improvvisazione, dell’impotenza di fronte ai gravi problemi che si trovano davanti, non vedo proprio come l’ondata populista potrà decrescere. Se riusciranno ad uscire da questa situazione – che, oltre ai consensi dei partiti populisti, continua a far crescere disaffezione e astensione –, il fenomeno potrebbe ridimensionarsi. Ma, per adesso, questa seconda ipotesi mi pare molto meno probabile della prima.

Fonte: Linkiesta