Fra i due, il sorriso più imbarazzato, per una volta, non era quello del premier italiano. Miracoli di Wikileaks, l’algida Segretario di Stato Americano, Hillary Clinton, si è sciolta ieri in riconoscimenti pubblici per Silvio Berlusconi tali da rasentare l’affetto, con una foto insieme vicini vicini, e solo i Wasp (o pretesi tali) sanno quanto vale l’annullamento di quei centimetri di spazio personale nel linguaggio del corpo di un leader americano. Come volevasi dimostrare (e avevo scritto), se Wikileaks ha fatto male al governo italiano, ne ha fatto infinitamente di più a quello di Washington. Solo l’ossessivo ripiegamento dell’Italia su se stessa può spiegare la completa inversione di ruoli con cui il nostro mondo politico ha affrontato in questi giorni le rivelazioni di Wikileaks. Quei dispacci sono stati un indubbio danno nel rapporto Italia-Usa innanzitutto perché, al di là delle valutazione individuali su Berlusconi, hanno reso pubblico il fatto che Washington dubita della collocazione stessa dell’Italia nel fronte occidentale: per un Paese come il nostro, sempre di frontiera nel mezzo secolo passato, non è un bel sentire.

Ma il danno Wikileaks ha colpito soprattutto gli Stati Uniti e su un fronte così vasto da rendere la vicenda italiana, vista nell’insieme, meno rilevante, e, per Silvio Berlusconi, meno scottante. Paradossalmente, proprio il bisogno che hanno gli Stati Uniti ora di «recuperare» le gaffes fatte con tutti i loro alleati fornisce alla crisi da tempo latente fra Roma e Washington un inatteso respiro. Basta vedere, appunto, quello che succede in queste ore in Kazakistan, dove il capo della diplomazia americana è arrivata per il vertice Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), inseguita da richieste minoritarie ma forti di sue dimissioni. Il summit avrebbe dovuto essere il primo trionfale ingresso sulla scena internazionale del leader kazako Nursultan Nazarbayev, e si è tramutato per Hillary in una sorta di forche caudine. Ad Astana il segretario Usa si trova in queste ore infatti nella non invidiabile posizione di chi deve guardare negli occhi alleati di cui ha appena parlato malissimo – e scusarsi. Dopo le feste a Berlusconi, dovrà far dimenticare a Dmitri Medvedev di essere stato definito il «Robin di Batman» (Putin), ad Angela Merkel di «essere poco creativa», e al padrone di casa Nazarbayev quei dispacci che ne descrivono il lusso esagerato, oltre a raccontare un primo ministro che (s)balla da solo in un night club.

L’affettuosa foto di ieri fra Hillary e Silvio va guardata, dunque, come la prima di una lunga serie per cui il capo della diplomazia americana dovrà posare per ammorbidire, calmare, ricucire con tantissimi leader mondiali. Posizione molto inusuale per l’altera signora, che per la prima volta si trova a essere non giudicante ma giudicata. In quanto capo del Dipartimento di Stato è su di lei infatti che una parte consistente della tempesta Wikileaks si scarica. Sua in particolare è forse la più discussa direttiva finora scoperta: la richiesta a tutti i diplomatici americani nel mondo di «raccogliere informazioni» dettagliate, incluse quelle «biometriche» su vari leader politici. Fra questi i rappresentanti all’Onu delle maggiori nazioni, Russia, Cina, Francia, e persino l’alleatissima Inghilterra, incluso il segretario generale Ban Ki-moon; ma anche i leader palestinesi di Fatah e di Hamas. Naturalmente, i diplomatici hanno sempre raccolto informazioni, ma in questo caso c’è un salto di qualità tale da far parlare di spionaggio. Quello che Hillary chiede ai suoi uomini e donne, in un ordine di servizio dall’inquietante titolo di «national human intelligence collection directive», è di ottenere orari di lavoro, mail, numeri di fax, cellulari, linee private, diverse identità web, password, carte di credito, numero di tessere da «frequent flier», e persino informazioni «biometriche», cioè Dna, impronte digitali e impronta dell’iride.

Per il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon la Clinton chiede anche dettagli «sullo stile di gestione e sulla sua reale influenza dentro il Segretariato». È un approccio ai limiti della legalità internazionale, come si può capire, che ha già creato forti tensioni nel Palazzo di Vetro. E la responsabilità pare essere davvero tutta della Clinton. Se è vero, infatti, che questa richiesta di informazioni è il proseguimento di una politica avviata da Condoleezza Rice, l’attuale Segretario ha portato l’operazione a un maggiore livello di profondità e di integrazione con il lavoro delle altre agenzie, creando un legame, oltre che con la Cia, anche con il Secret Service Us,e con l’Fbi. Al di là delle decisioni generali attribuibili a tutto il governo di Washington, da Wikileaks emergono bene, insomma, il pugno di ferro, il decisionismo e una certa mancanza di scrupoli con cui «la donna più potente del mondo» ha gestito finora il suo potere. Quanto peserà ora nelle relazioni internazionali una Hillary a cresta bassa, è tutto da vedere.

Fonte: La Stampa