Non sappiamo ancora come si sveglierà questa mattina la Turchia e chi sarà il suo padrone. Ma nel colpo di stato militare in corso nella notte c’è un aspetto paradossale: il presidente Erdogan in queste ore ha rischiato di essere sbalzato dal potere prima ancora di Bashar Assad, l’autocrate siriano, l’autocrate siriano al quale aveva dichiarato guerra facendo passare migliaia di combattenti islamici dall’autostrada della Jihad. Erdogan pensava che in pochi mesi il raìs di Damasco sarebbe caduto, una valutazione condivisa anche dai suoi alleati occidentali e da quelli arabi sunniti che intravedevano una rivincita contro il fonte sciita filo-iraniano.
Per questo appaiono drammatiche ma anche quasi patetiche le sue parole: «Sono ancora il presidente della Turchia ed il Commander in chief: resistete al colpo di stato nelle piazze e negli aeroporti». Anche se vince questa prova bisognerà capire se risulterà più forte di prima oppure più vulnerabile, come mai era apparso nella sua parabola di moderno Sultano della Turchia. Era lui l’uomo forte che si proponeva di essere il nuovo Ataturk in sala islamica proiettando il Paese alla guida del mondo musulmano.
Sappiamo che è andata diversamente e che l’intervento della Russia nel settembre dell’anno scorso ha completamente cambiato le carte in tavolo sul fianco sud-orientale della Nato, di cui proprio la Turchia era stato il bastione il guardiano per oltre mezzo secolo. Anche grazie a quelle forze armate che erano state considerate per decenni un perno fondamentale del sistema di sicurezza dell’Alleanza Atlantica, al punto che ai a generali turchi era stato quasi tutto perdonato fino a quando nel 2002 il partito Akp di Erdogan ha preso il potere cambiando la direzione della storia.
Da allora la Turchia ha cambiato volto progressivamente abbandonando giorno dopo giorno i mantra dello stato laico e secolarista ereditati da Kemal Ataturk, il fondatore della Repubblica e il liquidatore delle ultime vestigia dell’Impero Ottomano, sultanato e califfato compresi.
Una seconda considerazione quasi inevitabile e che aldilà delle sue conclusioni questo, se avrà successo, è il quarto colpo di stato della Turchia. L’ultimo fu il colpo di Stato del 1980, realizzato il 12 settembre e diretto dal Capo di Stato maggiore Kenan Evren, fu quello il terzo golpe nella storia della Repubblica dopo il putsch del 1960 e quello del 1971, chiamato “Colpo del Memorandum”. E a questi si deve aggiungere il “golpe bianco” del 1997 quando i generali esautorarono Necmettin Erbakan, l’ex premier islamista che fu il predecessore il mèntore dello stesso Erdogan.
Questa storia di predominio dei militari Erdogan l’ha affrontata emarginando i generali della vita pubblica e facendo anche leva su scandali come il caso Ergenekon, che profilava un colpo di stato delle stellette contro il nuovo governo islamico e conservatore. Erdogan allora mise alla sbarra nei tribunali i generali che poi hanno progettato la vendetta. Ma adesso in questo “rumor di sciabole” che rischia di diventare uno scontro sanguinoso la Turchia si gioca il suo futuro. Ma anche l’Europa e l’Occidente dovranno affrontare un nuovo dilemma che sembrava ormai un reperto degli archivi della storia: un colpo di Stato militare nel cuore della Nato.

Fonte: IlSole24Ore