Fra le cose che mi accomunano a Giampiero Mughini c’è il desiderio di avere in casa quella che, in La stanza dei libri (Bompiani, pagg. 157, euro 14), rappresenta la libreria per eccellenza del Novecento, ovvero «lo spettacolare Veliero di Franco Albini». Realizzata alla fine degli anni Trenta per la sua abitazione milanese di via de’ Togni, atmosferica e eterea, Veliero era una sorta di scultura aerea, con i libri che sembravano galleggiare in una sospensione metafisica. Legni e tiranti metallici rimandavano alla carpenteria nautica, tensione strutturale e formale ne facevano un oggetto di ingegneria poetica che sembrava vincere le leggi di gravità. Esemplare unico, Veliero navigò con il suo carico di libri per oltre un ventennio, finché una sera, complice un giradischi messo a tutto spiano dal figlio adolescente di Albini, Marco, le vibrazioni sonore fecero esplodere i vetri su cui i libri galleggiavano e Veliero smise di veleggiare nell’aria… All’inizio del Duemila, proprio Marco Albini riprese in mano per Cassina il manufatto paterno, modificò la catenaria centrale, scelse nuovi vetri flessibili e sei anni fa la mise in produzione, esteticamente eguale all’originale, ma indistruttibile. Veliero spiega benissimo la passione che Mughini nutre per «i libri d’artista», da quelli futuristi alle creazioni di Anselm Kiefer, vale a dire «oggetti d’arte, anche se restano dei libri, almeno apparentemente. Restano dei libri ma sono più che questo, perché esplorano piste e grafiche editoriali e talvolta materiali inediti».

Allo stesso modo, qui c’è una libreria che è qualcosa di più e di diverso, un’opera d’arte, una scultura che, fra l’altro, ospita dei libri… Altrettanto bene, Veliero spiega il novecentismo di Mughini, l’essere cioè un uomo di carne e di carta di un secolo in cui modernità e tradizione raggiunsero il punto più alto di un possibile equilibrio, prima cioè che la tradizione scomparisse e la modernità impazzisse. Oggi del Novecento restano a galleggiare dispersi frammenti, e il libro è uno di questi, non fosse che «nella storia dell’umanità non c’è mai stato un oggetto talmente perfetto come il libro di carta. Cari nativi digitali, nel bene e nel male il futuro è interamente vostro, ma non sapete che cosa vi perdete». Sui «libri d’arte», raccontati nella seconda parte di La stanza dei libri, torneremo: fanno parte di quel combinato disposto di conoscenza e feticismo proprio del suo autore, che comprendo, ma che non mi appartiene. Nella prima parte c’è invece la pura e semplice passione della lettura, la constatazione-confessione che «se non leggo mi sembra di buttar via il mio tempo», la scoperta che «la letteratura è più importante della realtà, che altro non è se non una sua pallida imitazione» e questa è una musica che conosco e che non mi stancherò mai di suonare. Le rare volte che mi capita di incontrare un ragazzino perso nelle pagine di un libro, mi viene naturale strizzargli l’occhio: rivedo il me stesso d’allora, conosco la gioia che sta provando, gli auguro di non perderla mai. La stanza dei libri parla proprio di questo, il libro come scoperta e come rivelazione, antidoto e rifugio, estasi e dolore, «pagine che non ti lasciano in pace da come tutto vi è sfrantumato, sfregiato, interrotto, bruciato. Com’è della nostra vita e del nostro destino». Parla di pareti che all’inizio sono perfettamente vuote e tu stai per iniziare il tuo apprendistato di lettore. Cominci, come Mughini, con due metri e mezzo di larghezza e altrettanti di altezza, le riempi in un paio d’anni e poi prosegui fino a riempire la tua casa e la tua vita:

«I libri occupano adesso per intero sette stanze, solo che cominciano a non entrarci più. La situazione peggiora di giorno in giorno, e non vedo una via d’uscita. Mi sono messo a scrivere questo libro di apologia dei libri di carta nel momento in cui passo ore a frugare tra gli scaffali della mia biblioteca, alla ricerca di libri o di riviste che non ricordo più dove maledizione siano. E meno male che da un momento all’altro di lavoro retribuito non me ne daranno più, e dunque non avrò più soldi di che comprare libri».

Quest’ultima amara constatazione, scritta da uno che ha alle spalle mezzo secolo di strepitosa carriera giornalistica, con in più una ventina di libri all’attivo, spiega le miserie della carta stampata in Italia meglio di un saggio ad hoc. La stanza dei libri non è però solo un amarcord di libri, di librai, di autori, è anche un tentativo di fissare un periodo, quello fra i Sessanta e gli Ottanta del secolo scorso, terribile nel suo miscuglio di innocenza e violenza. «Tra il 1969 e il 1985 i morti causati in Italia dai due terrorismi, quello di destra e quello di sinistra, furono 428. Tra il 1969 e il 1980 gli attentati politici furono 12690. L’inferno in terra, l’inferno nella nostra terra». Mughini lo ricostruisce grazie a un catalogo di 50 pezzi, opuscoli, riviste, volantini, poster dell’estremismo armato dove la carta e l’inchiostro raccontano ciò che la schermata di computer non potrà mai darti: sensazioni, odori, atmosfere, lo spirito del tempo… «Libri d’arte» dicevo un po’ di righe fa, ovvero «le ultime tentazioni e le ultime ambizioni dell’arte d’avanguardia novecentesca, dal situazionismo all’arte concettuale, da Fluxus alla pop art, dal porno trattato elegantemente al graphic novel». Mughini ha ragione nel dire che «se vuoi capire quegli anni che chiudono un mondo e dopo il quale ne verrà un altro ma non so quale, è alla carta che devi stare, è sulla carta che devi spasimare». Quello che lui ne fa è un catalogo personale, dai già citati Kiefer e l’intera galassia futurista al Richard Hamilton di Polaroid Portraits, al Damien Hirst di Use Money Cheat Death, al Gilbert & George di The Red Sculpture Album… Non sono libri facili, spesso si tratta di libri sconosciuti ai più, ma «che cos’altro deve fare uno che scrive un libro se non indicare l’importanza di ciò che non è talmente noto e stranoto, che non attira le recensioni lecchine di tutti quelli che fanno parte dello stesso clan editoriale, che non sta in tutte le vetrine alla moda dell’universo on line, che non è al centro degli eventi culturali mondani?». Già, perché sennò scrivere un libro? Superati i settant’anni, Mughini è uno che alla scrittura crede ancora. Chapeau…

Fonte: Il Giornale