Si chiama Barack Obama, fa il presidente degli Stati Uniti e grazie a quell’incarico s’è pure intascato un premio Nobel per la Pace. Eppure ultimamente lo stimato presidente sembra aver più a cuore gli interessi dell’Arabia Saudita, dei produttori di armi e dei finanziatori del terrorismo che non quelli dei connazionali, della pace e delle vittime dell’11 settembre. Non pago di aver venduto a Riad più armi di qualsiasi predecessore contribuendo ai massacri causati dagli indiscriminati bombardamenti sauditi sullo Yemen, Obama fa di tutto per bloccare un disegno di legge che consentirebbe ai magistrati di aprire nuove inchieste sulle eventuali complicità dei sauditi con gli attentatori dell’11 settembre. Inchieste che sembrano preoccupare non poco il governo di Riad vista la minaccia del ministro degli esteri Adel al Juber di mettere sul mercato 750 miliardi di titoli di stato americano in caso di approvazione del disegno di legge. Una rappresaglia che getterebbe nel caos i mercati finanziari internazionali mettendo nelle pesti non solo Washington, ma la stessa Arabia Saudita. Proprio per questo la minaccia di Al Juber viene considerata assai improbabile dagli esperti di finanza ed economia. Sul versante politico la stessa minaccia rischia però di complicare la missione di un presidente Obama atteso domani a Riad per discutere le relazioni tra i due Paesi dopo gli accordi sul nucleare con un Iran considerato dai sauditi il principale nemico in ambito regionale.

Per capire cosa si nasconda dietro l’intricata vicenda che contrappone Casa Bianca e Congresso bisogna andare indietro fino al 2002, quando la Commissione d’inchiesta sull’11 settembre fa segretare 28 delle 838 pagine in cui si riassumono i risultati dell’indagine. Da allora quelle pagine possono esser consultate solo dai membri del Congresso con l’obbligo, però di non divulgarle. Per molti in quelle 28 pagine top secret si celerebbe la prova del coinvolgimento del governo saudita negli attentati dell’11 settembre. Un governo sospettato di aver garantito appoggi e finanziamenti ai 19 kamikaze di Al Qaida attraverso i funzionari di alcune sue sedi diplomatiche negli Stati Uniti. A corroborare i sospetti contribuisce il progetto di legge, sostenuto da un consistente gruppo di senatori democratici e repubblicani, che punta a modificare l’ordinamento legislativo e consentire alla magistratura di mettere sotto accusa il governo saudita. Quell’anomalo sostegno bipartisan, autentica eccezione nel corso di una campagna presidenziale caratterizzata da un’altissima conflittualità, è per molti un’ulteriore prova delle sconcertanti rivelazioni contenute nelle 28 pagine «segrete». Rivelazioni che spingerebbero democratici e repubblicani a superare le divergenze politiche nel nome dell’interesse nazionale. L’unico ad opporsi è però il presidente Obama.

Seppur dietro la copertura dell’Amministrazione il presidente fa di tutto per bloccare qualsiasi modifica alla legge in vigore dal 1967 che impedisce la messa sotto accusa di uno Stato sovrano. «Un’eventuale modifica – ha spiegato il segretario di Stato John Kerry – creerebbe un terribile precedente esponendoci ai rischi della reciprocità e privando dell’immunità anche il nostro governo». Ma le ragioni sostenute dall’amministrazione Obama stanno suscitando l’ira dei familiari delle vittime dell’11 settembre: «È incredibile che il nostro governo appoggi i sauditi anziché i propri cittadini», fa notare sul New York Times Mindy Kleinbert, la vedova di una vittima delle Torri Gemelle convinta, come molto altri sostenitori del disegno di legge, che Obama voglia invece coprire le verità sugli appoggi al terrorismo forniti dai sauditi. Verità assai imbarazzanti per un presidente che durante il suo mandato ha approvato le più consistenti vendite di armamenti destinate al regno di Riad.

Fonte: Il Giornale