L’evidenza è più forte di ogni propaganda. La visita in Italia di Vladimir Putin ha mostrato quanto la linea americana delle sanzioni contro la Russia sia impopolare in Europa. Il presidente Russo è passato – si può dire – in mezzo a un’ondata di simpatia e di stima che contrastava palesemente con le posizioni del G-7 appena concluso in Germania. E l’irritazione di Washington è stata immediatamente percepibile attraverso un comunicato ufficiale che ribadiva seccamente gl’impegni (sulle sanzioni da mantenere e, se possibile, accentuare contro la Russia) appena assunti, il giorno prima, dal premier Matteo Renzi in mezzo alle Alpi bavaresi. Tutti gl’incontri, milanesi e romani, del presidente russo sono stati caratterizzati da questa atmosfera di simpatia e dal desiderio di riprendere i contatti, politici, economici, culturali.

Va detto che Renzi ha mostrato una notevole disinvoltura e perfino qualche civetteria da politico di razza. Perfino quando – “minacciando scherzosamente Putin sulle ambizioni italiane al Mondiale di calcio 2018 – ha fatto capire che l’Italia non appoggerà decisioni “americane” circa un eventuale cancellazione da parte delle FIFA, del già assegnato mondiale a Mosca.

Per non parlare del coro di richieste di cancellare le sanzioni, visto e ascoltato dai rappresentanti del mondo industriale e bancario, dalla Confindustria, dalle stesse forze politiche. Berlusconi – ultimo ad essere incontrato da Putin, in aeroporto, prima della partenza – ha annunciato un’iniziativa parlamentare di Forza Italia in tal senso. Ma si può dire che il consenso su questo punto è stato unanime.

Insomma, dopo un anno di violentissime polemiche anti russe, il coro – perfino quello di stampa e televisione italiane – si è trasformato in una specie di inno alla “tradizione di buoni rapporti” che si vorrebbe ripristinare.

Si vorrebbe, ma non si può. Perché la pressione di Washington si va trasformando in una vera e propria isteria. Nessuno – o molto pochi, in Europa – crede più alla favoletta per gonzi dell’aggressione” russa all’Ucraina. Renzi ha lasciato cadere, senza nemmeno nominarla, la questione della Crimea. Minsk-2 è il punto di riferimento per l’Italia. E in Minsk-2 la Crimea non è menzionata.

Dunque si vedrà, da qui al 25 giugno, data del Summit Europeo, se Washington riuscirà a tenere intatto il fronte europeo, appena ricompattato e già in forse dopo Roma, oppure se si troverà di fronte ad altre defezioni, più o meno pronunciate, di Francia e Germania. La signora Merkel ha abbracciato il Barack Obama che negozia con Teheran, anche se poi si è trovata di fronte anche l’altro Obama, che sposa le tesi oltranziste sulla crisi ucraina. Ma il viaggio di Putin in Italia ha avuto un effetto ancora più eclatante con l’invito del Papa. Le parole diplomatiche che hanno accompagnato l’incontro in Vaticano – pur positive a calorose – valgono meno della evidenza palmare che hanno mostrato all’opinione pubblica europea e occidentale. L’incontro in Vaticano ha dimostrato – semplicemente quanto platealmente – che Francesco si è voluto “smarcare” (termine calcistico ma molto appropriato) dal coro delle nazioni occidentali. Il G-7 rifiuta Putin come interlocutore. Il Papa di Roma lo riceve in casa propria. Cosa significhi tutto ciò non ha bisogno di molte spiegazioni. Francesco ha scelto di dialogare con i sei miliardi di persone, e con i loro governi, che non sono parte dell’Occidente. Il dialogo con la Russia è parte integrante di questa nuova linea della Chiesa Cattolica, Apostolica Romana. Dove l’accento va messo sull’aggettivo “apostolica”. Cioè evangelizzatrice. Su questo piano non c’è spazio (o ce n’è sempre meno) per le ambizioni imperiali degli Stati Uniti d’America.

Fonte: Globalist