Com’era purtroppo prevedibile, l’Unione Europea ha perso l’ennesima occasione per darsi una fisionomia e una dignità e ha rinnovato le sanzioni contro la Siria decise nel 2011 e rilanciate nel 2014. Esse comprendono l’embargo sul petrolio siriano (che l’Isis invece esporta da anni verso la Turchia), il blocco degli investimenti, lo stop alle attività della Banca centrale di Siria, forti limiti all’esportazione verso la Siria di tecnologie, oltre al congelamento dei beni siriani all’estero e al blocco dei visti per 200 personaggi e 70 società.

È stato un rinnovo “automatico”, varato senza un vero dibattito, senza un attimo di ascolto per le numerose voci, tra le altre quelle di prestigiosi esponenti delle Chiese della Terra Santa, che in queste settimane si sono levate per chiedere un minimo di ragionevolezza. Tutto questo non per caso, perché non v’è un solo argomento logico a favore di queste sanzioni. Come tutti gli embarghi, anche questo manca tragicamente il bersaglio. Bashar al-Assad e i suoi non soffrono per le sanzioni, così come a suo tempo non ne soffrirono i Castro a Cuba, Saddam Hussein in Iraq, gli ayatollah in Iran, Muhammar Gheddafi in Libia, Slobodan Milosevic in Serbia e così via. Ne soffre, al contrario, la popolazione, quella di cui il consiglio Ue dice di preoccuparsi.

Le sanzioni dell’ipocrisia
Il blocco alle transazioni bancarie rende molto più difficile far avere aiuti dall’estero: chi dona per i cristiani di Aleppo, tanto per fare un esempio di cui chi scrive ha conoscenza diretta, sa che qualcuno dovrà materialmente portare fin là delle banconote, rischiando la vita e comunque vedendo in tal modo limitata la portata dell’intervento umanitario. Per non parlare degli effetti combinati delle sanzioni sull’economia di un Paese in guerra dove, come sempre capita, i maggiorenti che la Ue vorrebbe “punire” sono gli ultimi a soffrire.

Ma non c’è solo questo. Nel 2014 la Ue implementò la sanzioni, dicendo che sarebbero state mantenute “finché continuerà la repressione”. Sarebbe interessante sapere se nel capitolo “repressione” i nostri politici mettono anche le battaglie contro Al Nusra e l’Isis (escluse da qualunque negoziato perché da tutti considerate movimenti di terroristi) che l’esercito di Assad, buono o malvagio che sia, continua a sostenere. E se adesso, quando dicono di volersi spendere per “una credibile ripresa dei negoziati intra-siriani”, gli stessi politici si rendano conto che, mentre colpiscono un fronte, lasciano mano libera all’altro, che non è popolato da galantuomini e continua a essere finanziato e rifornito da Paesi potenti (Arabia Saudita, Kuwait, Turchia) che nessuno si sogna di sanzionare, anzi, e che siedono a Ginevra influenzando gli stessi negoziati.

Per non dire del proposito di “sostenere ulteriormente la consegna di aiuti umanitari nelle aree assediate”, che è un monumento all’ipocrisia. Quegli aiuti sono stati finora possibili solo laddove l’esercito di Assad (quello che si vuole appunto sanzionare) si è mostrato collaborativo e ha aperto un varco nel blocco. Altrove, per esempio a Deir Ezzor, assediata da due anni dalle milizie islamiste, la Ue non fa proprio nulla. Per meglio dire: manco si fa vedere. Per cui, l’Europa se la prende con chi qualche volta collabora per rendere un filo meno disumana questa guerra atroce, ma si disinteressa delle vittime provocate da chi non collabora mai, anzi infierisce più che può. Geniale.

Ultimo ma non ultimo: invitiamo i lettori a consultare la lista delle sanzioni Ue attualmente in vigore. È un tomo di 116 pagine, che si moltiplicano almeno per venti se si aprono gli infiniti link ad altri documenti. Verrebbe da pensare che un organismo politico che se la prende con il mondo intero, dalla Cina allo Zimbabwe, abbia molta forza e idee molto chiare. Sappiamo bene che non è così. È dunque palese che tutte queste sanzioni, quelle contro la Siria comprese, servono soprattutto a far finta di avere una politica estera. Sanzionare, in fondo, è sempre meglio che lavorare.

Fonte: Avvenire