Contrordine. Finalmente il governo italiano ha capito che le sanzioni economiche contro la Russia sono controproducenti oltre che assurde. Un vero e proprio boomerang. L’Italia infatti ha alzato la testa e approfittato del Coreper, la riunione gli ambasciatori dei Ventotto in cui si preparano i vertici Ue, per chiedere un «dibattito politico» sul rinnovo delle sanzioni invece del previsto rinnovo automatico. Una brutta grana per l’Unione europea.
Dietro l’Italia, e la Francia che la incoraggia, ci sono infatti anche l’Austria, la Repubblica ceca, l’Ungheria, la Slovacchia, Cipro, la Grecia e, probabilmente, anche la Spagna. Ora le sanzioni non sono più una spada di Damocle sospesa sulla testa della Russia, ma un boomerang pronto a smembrare l’Unione Europea. Un boomerang manovrato con chirurgica precisione da Vladimir Putin che lo usa da una parte per dividere l’Europa e dall’altra per ribaltare fronti e prospettive di quella questione libica da cui si ritrovò estromesso nel 2011 quando l’allora presidente russo Dmitri Medvedev approvò inavvedutamente la mozione Onu usata da Francia e Nato per abbattere Gheddafi.
A far punta da diamante a quel boomerang c’è l’Italia di Matteo Renzi ritrovatasi, volente o nolente, a non poter rifiutare la proposta di Mosca. Del resto bisognava scegliere se continuare a cavalcare una politica delle sanzioni che rischia di costarci 12 miliardi di euro e 215mila posti di lavoro o se tornare a quella cooperazione con Mosca che ci garantiva profitti ed introiti. Senza contare quella partita libica dove, eclissatasi l’America, solo un partner forte come la Russia può garantire la difesa dei nostri interessi strategici e della nostra sicurezza. E così ecco che, ieri, l’Italia alza la testa e approfitta del Coreper, la riunione gli ambasciatori dei Ventotto in cui si preparano i vertici Ue, per chiedere un «dibattito politico» sul rinnovo delle sanzioni invece del previsto rinnovo automatico. Una brutta grana per l’Ue che rischia d’arrivare divisa al vertice dei capi di Stato e di Governo, fissato per il 17-18 dicembre, e dover rinunciare al rinnovo delle misure. Dietro l’Italia, e la Francia che la incoraggia, ci sono infatti l’Austria, la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Slovacchia, Cipro, la Grecia e, probabilmente, anche la Spagna. Quanto basta per far vedere i sorci verdi a una Merkel convinta di poter assicurare il rinnovo ad un’America che – complice le copertine di Time – la venera come personaggio dell’anno. Dietro la rivoluzione del Coreper non ci sono, però, solo i 100 miliardi di contraccolpi economici provocati in Europa dalle misure anti russe.
Intorno alla ferita che rischia di smembrare l’Unione si allungano anche le rughe disegnate sul flaccido, esangue e demoralizzato corpo europeo dalla paura del terrorismo islamico. Una paura inasprita dall’immobilismo di un Obama che ha spinto i Ventotto allo scontro con Mosca sull’Ucraina, ma non muove un dito per fermare lo Stato Islamico. E così dietro la smania francese di far tandem con l’Italia e smarcarsi dal gioco autolesionista delle sanzioni fa capolino la ricerca di un alleato più deciso sul fronte siriano e iracheno. Un alleato capace invece, nell’ottica italiana, di garantirci una svolta inattesa su quel fronte libico dove i nostri interessi nazionali e la nostra sicurezza sono minacciate dall’avanzata dello Stato Islamico. Ad offrircela ci pensa il ministro degli Esteri russo Lavrov che rivolgendosi all’Italia mercoledì, guarda caso proprio alla vigilia del Coreper, si dice pronto a dare una mano sulla questione libica nella «consapevolezza di quanto la questione sia importante per ragioni geografiche e strategiche». Una mano tesa ad un’Italia che alla vigilia della conferenza internazionale sulla Libia, convocata a Roma per domenica, ha un disperato bisogno di «soci» forti e disinteressati. Soci che le consentano non solo di abbozzare una proposta di risoluzione politica e di contrapposizione militare allo Stato Islamico, ma anche di rassicurare eventuali alleati locali e fronteggiare l’irruenza di «amici» come Francia, Inghilterra o Stati Uniti preoccupati più dei propri che non dei nostri interessi strategici. Insomma favorire un ritorno a quel passato antecedente la «rivoluzione» propiziata nel 2011 da Francia e Stati Uniti. Una rivoluzione che oltre a toglier di mezzo il Colonnello ed aprire le gabbie del terrore islamista servì anche a spezzare l’alleanza energetico- commerciale di una Russia e un’Italia pronte, allora, ad investire assieme nelle ricchezze della nostra ex colonia.

Fonte: Il Giornale