Chi pensava che potesse essere Matteo Renzi, da solo e proprio nella San Pietroburgo di Vladimir Putin, a evocare la fine delle sanzioni Ue contro la Russia, non aveva fatto i conti con la realtà di un’Italia che gioca con l’Europa partite importanti, non ultima quella del migration compact, che molto ci aiuterebbe ad alleggerire la fatica della prima linea mediterranea sul fronte dei flussi migratori. Nonostante questo Putin, poco uso a fare complimenti, ha rivolto tante belle parole al nostro premier. Renzi, per parte sua, ha fatto i passi politicamente più significativi, chiedendo la revisione trimestrale (e non il rinnovo, di fatto automatico, ogni sei mesi) delle sanzioni Ue e ha riconosciuto alla Russia un ruolo importante sia nel Mediterraneo sia “nella risoluzione di alcuni conflitti”, con un evidente riferimento al Medio Oriente. L’Italia, insomma, pur nella piena fedeltà alla Ue e all’Alleanza atlantica, non rinuncia al ruolo di grillo parlante sullo stato delle relazioni tra la Russia e il resto dell’Occidente. Questo, par di capire, non solo in nome della relazione speciale che unisce Roma a Mosca. Non può sfuggire che il Cremlino, bersagliato di attacchi da ogni parte, ha finora difeso punto per punto e senza cedimenti tutte le sue posizioni, dall’Ucraina alla Siria, dall’avanzata verso Est delle installazioni Nato alla battaglia delle sanzioni, forte anche di un consenso popolare che solo il pregiudizio può attribuire al mero ribollire del nazionalismo. 

Nei giorni del summit di San Pietroburgo è arrivata, puntuale, la squalifica dell’intera nazionale russa di atletica leggera, esclusa dalle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Condanna sportiva (i 144 casi di doping paiono indubitabili) ma ancor più politica. Che cos’altro incarna, infatti, una punizione che colpisce tutti gli atleti, colpevoli e non colpevoli purché siano russi, sulla base del sospetto che il doping fosse amministrato e gestito dallo Stato? Il tutto da parte di un organismo, la Iaaf (Federazione internazionale di atletica leggera) il cui presidente, l’inglese Sebastian Coe, è a sua volta sospettato di aver protetto, in passato, analoghe frodi? Uno scandalo che arriva dopo molti altri, dall’assassinio di Boris Nemtsov alla sentenza del giudice inglese sul “caso Litvinenko” ai Panama Papers sui paradisi fiscali, accomunati da un solo principio: Putin non poteva non sapere. In questo quadro era inevitabile, quindi, che anche il capo degli hooligan russi in Francia fosse un “amico di Putin”, come vediamo dai titoli dei giornali. Una serie di attacchi concentrici, giustificati o meno, basati sull’hard power delle forze economiche, politiche o militari come sul soft power delle televisioni e di Internet, cui la Russia di Putin ha retto meglio di quanto molte cancellerie si aspettassero. Il tutto mentre il prezzo del petrolio precipitava insieme con la quotazione del rublo e i russi subivano pesanti sacrifici e rinunce dopo anni di vacche relativamente grasse. Resta quindi più aperta che mai, a proposito del Cremlino, la piccola domanda che tanto arrovellava rivoluzionari russi come Cernishevskij e Lenin: che fare? Come comportarsi di fronte a un grande Paese che rifiuta l’omologazione alle teorie delle democrazie liberali e alle pratiche della pax americana?

I Paesi dell’Europa indignata per la Crimea e l’Ucraina fanno come l’Italia: in pubblico le sanzioni, in privato la corsa agli affari con Mosca. Renzi ha il pregio di essere, in questo, più sincero e diretto degli altri. E infatti a San Pietroburgo si è felicitato per gli accordi raggiunti, che valgono un miliardo subito e altri tre-quattro in prospettiva. D’altra parte l’Italia, che non ha mai avuto problemi con la Russia, ha perso con le sanzioni quasi quattro miliardi. Li abbiamo recuperati (anche) vendendo più armi all’estero e qualcuno per favore spieghi in che modo questo aiuta la causa della pace. Servirebbe un grillo parlante anche per un’altra questione che divide l’Europa: gli accordi detti Minsk 2 per la composizione della crisi del Donbass. Poiché la Russia non fa la sua parte per realizzarli, ripete la Ue, confermiamo le sanzioni. Ma tutti sanno che l’Ucraina è nella stessa situazione: dovrebbe approvare una riforma alla Costituzione per dare maggiore autonomia alle regioni del Donbass, ma il provvedimento non riesce nemmeno ad arrivare al voto del Parlamento, figuriamoci poi a essere approvato. Sanzionare uno solo degli inadempienti è ridicolo. Sanzionarli entrambi sarebbe però ammettere ciò che tutti hanno già capito: Minsk 2 è l’ennesimo fallimento della diplomazia internazionale, è un accordo inapplicabile. Non sarebbe più saggio e più utile trovarne uno nuovo prima che la guerra a bassa intensità torni a essere guerra vera?

Fonte: Avvenire