Chi è davvero l’uomo che ha incontrato ieri Papa Francesco condividendo «comuni valori spirituali»? Per conoscere Hassan Rohani bisogna andare a Qom, la città di Fatima, un milione di abitanti e una settantina di scuole teologiche: è un immenso seminario, con dozzine di istituti di ricerca nei campi più svariati: filosofia, esegesi coranica, teologia (anche cristiana) diritto, economia, sociologia. E ancora: sono almeno cento le case editrici, con riviste in persiano e in inglese, a tutto questo si aggiungono centri per l’informatizzazione delle monumentali opere di islamistica, migliaia di libri e manoscritti e oltre 30 grandi biblioteche, autentici templi del sapere. 
Fu in questo “Vaticano dello sciismo” che Hassan arrivò poco più che ragazzino. Il padre Asadollah Fereydoun era un mercante che aveva il compito di raccogliere e portare a Qom le tasse religiose per conto del Grande Ayatollah Hussein Borujerdi, il maestro di Khomeini. Fu così che nell’estate del 1961 Asadollah portò con sé il figlio tredicenne Hassan per avviarlo alla carriera clericale.
A soli quindici anni, spiega Rohani nella sua autobiografia, partecipò alla rivolta del giugno 1963 contro lo Shah, che portò alla ribalta Khomeini come capo incontrastato dell’opposizione radicale. Furono anche questi avvenimenti che spinsero il giovane Hassan a cambiare il proprio cognome originario da Fereydoun, un nome pre-Islamico, a Rohani che in farsi significa “chierico”.
Non è questo l’unico mistero del presidente iraniano che tiene molto riservato il forte legame familiare che lo collega strettamente all’Italia. Più nota a tutti è invece la ragione della sua ascesa popolare.
Nel 1977 Rohani finì sotto i riflettori del mondo clericale e della polizia dello Shah in occasione della cerimonia di commemorazione di Mustafa Khomeini, il figlio dell’ayatollah rivoluzionario deceduto a Najaf in Iraq. Rohani salì sul pulpito per assegnare un nuovo titolo al grande esiliato: quello di “Imam”, termine riservato nello sciismo soltanto ai dodici successori riconosciuti del Profeta Maometto.
Ma le sorprese non finiscono qui. Rohani non è solo uomo di penna e di pulpito ma anche di spada. Comandante di plotone durante il servizio militare sotto lo Shah, dopo la rivoluzione del 1979 verrà chiamato da personaggi influenti come Alì Khamenei, l’attuale Guida Suprema, e Hashemi Rafsanjani, a occuparsi della difesa dell’Iran. Rohani è incaricato della riorganizzazione dell’esercito, decimato dalle epurazioni, E con l’attacco dell’Iraq di Saddam Hussein nel settembre 1980, Rohani diventa capo del conglomerato Khatam al-Anbiya, gestito dai Pasdaran, e della Difesa aerea.
Poi c’è anche il Rohani agente segreto. Nel 1986 fa parte del gruppo ristretto di funzionari che incontra a Teheran Robert MacFarlane, ex consigliere per la Sicurezza di Ronald Reagan atterrato nella capitale iraniana per vendere armi alla repubblica islamica in cambio di fondi per sostenere le milizie anti-sandiniste dei Contra in Nicaragua. È il famoso scandalo Iran-Contra. Rohani era favorevole allo scambio, come riportano i documenti americani: ecco uno dei motivi perché l’accordo sul nucleare e la cancellazione delle sanzioni si è conclusa anche con uno scambio di prigionieri. Come ha detto ieri il presidente iraniano in ogni scambio deve esserci sempre una soluzione win-win, dove tutti devono guadagnare. 

Fonte: Il Sole 24 Ore