Quella cosa che fa vedere Michele Santoro – Robinù, il suo documentario festeggiato da tutti sull’adolescenza della paranza criminale – è una cosa che esiste. I giovani lì raccontati, ragazzi di più che malavita – quelli che all’età di tredici anni sanno già mettere mano al ferro e sparare – rinnovano un catalogo sociale radicato nell’antropologia del sottosviluppo del Meridione. Il Robinù della volontà di potenza applicata al quartiere è qualcosa che persiste, infatti, da un tempo ormai lontano. Si parte dal trauma dell’unificazione italiana, non riguarda la sola città di Napoli – dove centro e perifieria vanno ad avvinghiarsi nel vortice criminogeno – ed è il giardino zoologico che da Roma in giù, quasi a toccare il Maghreb, conferma la scienza di puro pregiudizio di Cesare Lombroso.

Interi pezzi del territorio sovrano dell’espressione geografica “Italia” appartengono alla delinquenza che si rinnova nella turbina generazionale; la malvivenza si nutre di una propria epica, attrezza un linguaggio, produce anche segni a beneficio della contro-narrazione e se come ha detto Roberto Saviano (La Repubblica, “I Robinù, i ragazzi feroci di Napoli”) è “una prova, la prova che tutto quello che abbiamo detto in questi anni in molti non erano menzogne, apocalittiche esagerazioni”, ebbene, la controprova è nell’esito: l’unico modo per scamparla a questa cosa che esiste è andarsene via. L’intero territorio della deriva geografica chiamata Sud, fuor di folklore, è immerso in questa pastura teppistoide se non teppistica. L’immenso spazio della provincia meridionale, dove a macchia di leopardo sopravvive la cosiddetta “parte buona”, quando non è appaltato alla criminalità è comunque un deserto senza futuro. E allora ha dieci volte ragione Saviano a evocare “l’unica mobilità sociale” laddove unica e sola – in punto di controprova – è la soluzione: scapparsene. Questa della marginalità del Meridione, al netto dei buoni propositi, è una cosa che persiste al punto di peggiorare negli anni in qualità della vita e aspettative se la buona borghesia meridionale, ormai, per i propri figli, a tutto pensa fuorché farli restare al Sud.

Al mito del pezzo di carta – la Laurea – s’è sovrapposto ben altro foglio, il biglietto per volarsene via. La mobilità sociale che consente a chi sta in basso di poter accedere ai piani alti non può prescindere dall’urgenza di acquartierarsi altrove, fuori dal parco lombrosiano. La disintegrazione sociale gocciata nell’esaurimento della precarietà trova adesso il detonatore nella morte del pubblico impiego dove già ogni posto alla posta è un impossibile sogno. Neppure il palermitano Sergio Mattarella che è presidente della Repubblica ha figli rimasti in Sicilia, figurarsi gli altri. La pellicola che fa testo, non se ne abbia a male Santoro, è ferma al fotogramma di Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. Il vecchio proiezionista – ormai cieco e stanco – al ragazzo, un tempo suo apprendista, urla: “Vattene via!”. Ed è subito mobilità sociale.

Fonte: Il Fatto Quotidiano