I l crollo di una parte di Lungarno non prevede responsabilità amministrative dirette se crediamo, come è onesto, alle infiltrazioni che l’avrebbero determinato, non prevedibili e non arrestabili.

L’amministrazione dovrà intervenire premurandosi di monitorare gli interi lungarni. E qui si pone una questione di tutela delle città d’arte, certamente possibile evitando inutili e folli dispersioni di danaro, come quelle per grandi imprese, privilegiate rispetto a controlli e manutenzioni. In particolare a Firenze, con l’orrido Palazzo di Giustizia, la cui esistenza chiede vendetta!

Occorre distribuire i finanziamenti con questa prospettiva, che allarga la definizione di «lavori pubblici». In ogni caso si può osservare che l’intenzione dell’amministrazione comunale di Firenze, di celebrare il cinquantesimo anniversario dell’alluvione, non poteva trovare più paradossale coincidenza di questa situazione rovesciata, con la terra che frana verso l’Arno.

Che questa catastrofe, non annunciata, sia accaduta a Firenze ha un significato che non può essere sottovaluto per la risonanza che ha avuto e che ha in tutto il mondo.

Firenze non appartiene agli italiani, e non attende risposte solo dagli amministratori della città. Essa pone infatti una questione di opportunità, di gerarchie. L’Italia ha un patrimonio che non va solo difeso, ma accarezzato, come nessuno può intendere meglio del sindaco Dario Nardella.

Che non solo lo capisce, ma lo sente. E il rischio che l’immagine dell’Italia devastata, nel passato, da imprese insensate di cattive amministrazioni, continui a essere prevalente su quella della sua costituzionale bellezza, va assolutamente evitato.

Venezia è ancora sotto il marchio del «Mose» nel suo aspetto più negativo, con l’orrenda e imperdonabile architettura dell’Hotel Santa Chiara in Piazzale Roma e con l’aggravante dell’inutile Ponte di Calatrava; Firenze con il crollo della strada sul Lungarno; Roma con piazze sfigurate e architetture velleitarie, come la teca dell’Ara Pacis; Milano e Torino con i palazzi della Regione costruiti con centinaia di milioni di euro sprecati, rappresentano un’immagine potentemente negativa dell’Italia.

Può essere questa di Firenze l’occasione per far riflettere il presidente del Consiglio Renzi, che ha dimostrato come sindaco di amare Firenze, il ministro per i Beni e le attività culturali Dario Franceschini (che mostra di conoscere e curare sempre di più il patrimonio artistico) che la incommensurabile bellezza dell’Italia non è un’astrazione ma una quantità interminata di opere che richiedono attenzione continua e cure particolari. E se occorre celebrare la rinascita di una città che cinquanta anni fa fu messa in ginocchio dall’alluvione, non c’è miglior modo che evitare commemorazioni, documentazioni fotografiche, esaltazioni, ricordi delle buone volontà e delle virtù di quanti, da ogni parte del mondo, vennero a rimettere in piedi la loro città, ma applicarsi con metodo a verificare tutti i punti di debolezza, le insufficienti manutenzioni, le fragilità e intervenire, con rapidità e con metodo, a partire proprio da Firenze, città simbolo. Cui non debba toccare il danno degli uomini distratti e indifferenti, mentre in altre parti del mondo i monumenti vengono distrutti dalla follia religiosa.

Ci sia dunque un culto della bellezza, che ci ripari da ogni rischio, perché il nostro compito è custodire per tutti, e non cedere alla mistificazione di chi pensa di migliorare le nostre città con opere pubbliche nuove che sono sfregi e inutili violenze.

Da Firenze salga dunque un appello perché lavori pubblici e infrastrutture non siano finzioni di una falsa modernizzazione ma garanzie per una storia immortale, in una conservazione integrale. Una bretella, una rotatoria, una tangenziale non valgono cento metri di lungarno a Firenze. Chi non lo crede non ama l’Italia.

Fonte: Il Giornale