“Piove Governo ladro” e “c’è la guerra tra sciiti e sunniti”. Questi luoghi comuni sono diventati quasi equivalenti e il secondo ormai sta alla politica del Medio Oriente come il primo sta alla politica in generale. L’altro giorno, tre bombe piazzate dall’Isis nel cuore dei quartieri sciiti di Baghdad (una in un mercato, davanti a un salone di bellezza, per una strage di donne) hanno fatto più di 100 morti. Come 1,2 massacri del Bataclan, per intenderci. E se diamo un’occhiata ai dati dell’Onu, scopriamo che nel mese di aprile nella sola capitale irachena sono morti di terrorismo 232 civili (pari a 2,6 Bataclan), mentre in marzo in tutto l’Iraq i morti per terrorismo erano stati 1.119 (pari a 12,6 Bataclan). In febbraio i civili ammazzati erano invece stati 670 (7,5 Bataclan). Ed è dal 2003 che va avanti così, con il terrorismo sunnita che colpisce alla cieca la popolazione sciita.

Si continua però a ripetere con grande serietà e serenità che c’è una guerra tra sciiti e sunniti. Ci si richiama, per questo, al grande scisma islamico che si fa risalire alla morte di Alì, quarto califfo “ben guidato”, genero di Maometto, ucciso nel 661 all’età di 62 anni, e ancor più a quella di suo figlio Hussein, massacrato con tutta la famiglia a Kerbala (Iraq) nel 680. Diciamo pure che sia così. Ma allora diciamo anche che da quelle date gli sciiti (assoluta minoranza nel mondo islamico, circa il 10%) sono stati, per tredici secoli, i reietti, i perseguitati. E che in tutto quel lasso di tempo la prima guerra definibile “tra sciiti e sunniti” è stata quella tra l’Iraq di Saddam Hussein (sunnita e guida del dominio della minoranza sunnita in Iraq) contro l’Iran dell’ayatollah Khomeini (a indiscutibile maggioranza sciita), negli anni 1980-1988. Con gli sciiti iracheni, peraltro, fedeli alla bandiera patria nonostante che odiassero Saddam con tutte le loro forze.

Ho detto “tredici secoli” perché, in effetti, è esistito anche un secolo sciita, quello che coincide con le fortune della dinastia ismailita (sciiti settimani, ovvero devoti al settimo imam, Ismail appunto) dei Fatimidi, più o meno tra il 900 e il 1150, quando gli sciiti (in varie forme e sette) controllavano Iraq, l’attuale Iran del Sud, il Golfo Persico, l’Africa del Nord. Ma fu un secolo, appunto: un secolo su quattordici.

Quindi, cominciamo a precisare che se c’è uno scontro in atto tra sciiti e sunniti, questo è più che recente. È dell’altro ieri. E viene innescato, nel 1979, dalla vittoria della rivoluzione islamica (sciita, appunto) in Iran grazie all’ayatollah Khomeini. Nel 1980 Hafez al Assad sfugge a un attentato dei Fratelli Musulmani (che poi reprime nel sangue) e nel 1982 in Libano, durante il conflitto con Israele, si forma e si tempra Hezbollah, il Partito di Dio, i cui militanti sono non a caso addestrati dalle Guardie della Rivoluzione Islamica.

La vera rivincita sciita comincia lì, in quei tre anni. Ed è rivincita politica, militare, sociale. I sunniti hanno fatto di tutto per bloccarla. E sono stati in tutto aiutati dall’Occidente: prima della guerra contro l’Iran, armando in ogni modo Saddam Hussein, e durante quella guerra. Imbottendo di armi Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Mettendo tra i terroristi e gli “Stati canaglia”, guarda caso, i movimenti armati e gli Stati sunniti.

Questo ovviamente non vuol dire che Siria, Libano (attraverso Hezbollah) e Iran non abbiamo praticato il terrorismo o aiutato chi lo praticava. Ma altrettanto, e su scala molto maggiore, è stato fatto dai Paesi sunniti, che non sono mai finiti sulla lista nera, non hanno mai subito sanzioni, non sono mai stati perseguiti in alcun modo. Anche in Iraq, il governo sciita di Nuri al-Maliki ha dato pessima prova di sé, occupando il Paese, discriminando in ogni modo i sunniti, deportandoli di fatto da una città una volta mista come Baghdad, col tempo ridotta a un quasi monopolio sciita. Ma l’Unami (la missione di assistenza all’Iraq delle Nazioni Unite) ci dice che dal 1 gennaio 2014 al 31 ottobre 2015 i morti civili in Iraq sono stati quasi 19 mila e sono stati in grande maggioranza sciiti. 19 mila morti equivalgono a 213,5 stragi del Bataclan in un anno e mezzo.

L’accordo sul nucleare con l’Iran siglato dal Cinque più Uno (i Paesi del Consiglio di Sicurezza Onu, Usa, Russia, Francia, Gran Bretagna e Cina, più la Germania per la Ue) e la battaglia dei russi accanto ad Assad in Siria fanno capire che la “rinascita” sciita non può più essere ignorata o relegata nello scantinato dei reietti. Ma sarebbe anche ora di tagliar corto col ritornello della guerra tra sciiti e sunniti.

Quello che devasta il Medio Oriente è l’impazzimento del mondo sunnita, la sua deriva verso un ordinario e quotidiano estremismo, l’indissolubile (a quanto pare) legame tra Stati ricchissimi e organizzazioni terroristiche sempre nuove e potenti. Anche chiamare i problemi col loro nome serve a risolverli.

Fonte: Gli occhi della guerra