La superpotenza, i suoi complici, e i suoi (e nostri) media hanno toccato un nuovo livello di bassezza con il bombardamento delle truppe siriane a Der Ezzor. Anche l’Australia, e persino la Danimarca con due caccia, piccolo maramaldo, hanno partecipato al proditorio attacco – con bombe al fosforo – alle posizioni siriane, proprio mentre esse erano assediate da Daesh. Come risultato, l’area (l’altura di Jabal Tharda, che guarda sull’aeroporto di Der Ezzor) è oggi sotto il controllo pieno dello Stato Islamico. I 150 mila civili che lì vivono, non sono più sotto la protezione del governo siriano e sono in mano ai tagliagole, tagliati fuori da ogni rifornimento (senza che l’Onu strilli alla catastrofe umanitaria) . Simultaneamente, l’aviazione israeliana ha attaccato le posizioni siriane sul Golan, in un attacco concertato con gli americani(australiani e danesi) ma anche su richiesta di AL Qaeda, che ha tirato un mortaio in territorio israeliano onde provocare “la reazione”, in realtà per avvertire che era il omento dell’attacco: è la menzogna israeliana d’ordinanza: se qualcuno spara dal Golan, ritiene colpevole il governo siriano. Del resto il ministro della difesa Moshe Yaalon ha riconosciuto pubblicamente di “assistere” i terroristi in Siria, come da articolo QUI riportato, perfettamente accessibile ai nostri giornalisti.

Per giunta il doppio attacco aereo era stato preceduto da tiri di artiglieria turca su posizioni siriane a Latakia, coordinate con la superpotenza, a conferma del ripugnante voltafaccia di Erdogan. I media italiani hanno trattato l’accusa russa – gli americani aiutano apertamente Daesh – come un’accusa balzana e incredibile. Washington ha detto che è stato “un errore”, non basta? Washington è la democrazia, la civiltà, Putin è un dittatore. Ovviamente hanno taciuto una informazione perfettamente accessibile che rivela la vera natura di tale civiltà. Era il 9 agosto, e l’ex direttore della Cia Michael Morell, in un’intervista alla Fox (dove ha sostenuto Hillary contro Trump) ha spiegato chiaramente quel che sarebbe avvenuto: bisogna far pagare “un grosso prezzo” a Putin e Assad, chiarendo che intendeva: uccidere soldati russi e siriani. Bisogna “spaventare Assad” colpendo la sua guardia nazionale, “bombardare i suoi uffici nel cuore della notte”. Ha aggiunto: bisogna “ammazzare russi e iraniani di nascosto”. Ha chiarito: “Proprio come abbiamo fatto pagare un prezzo ai russi in Afghanistan”, evocando la guerra del 1978 . “Aiutando i mujaheddin?”, ha chiesto l’intervistatore. “Esattamente” ha risposto Morell. Dunque non ci vuole molta fantasia per collegare la minaccia di Morell con la strage di soldati siriani, in atto di appoggio aereo americano ai tagliagole. Ciò che rende particolarmente odioso l’eccidio, e indegno di un paese civile, è che Washington ha violato la tregua che esso stesso aveva sottoscritto: comportamento da assassino, e disonorevole gesto di doppiezza.

Malafede americana

L’accordo di tregua è stato firmato da John Kerry e Lavrov durante colloqui a Ginevra; doveva entrare in vigore lunedì; cessate il fuoco di sette giorni, da rinnovare ogni 48 ore nella misura in cui si constatasse un calo della violenza. Era inteso che le forze russe e americane avrebbero cominciato a coordinare le loro operazioni in Siria, e condividere informazioni sui bersagli, che dovevano essere lo Stato Islamico, e il Fronte al Nusrah, cioè Al Qaeda, che ha recentemente cambiato di nuovo nome, ora si chiama Jabhat Fatah al-Sham, Fronte per la Conquista della Siria.

Ma il Pentagono – così la narrativa – non ha accettato la tregua. Secondo il New York Times, Ashton Carter, il ministro della Difesa, avrebbe litigato al telefono per ore con Kerry che non è riuscito a fargli accettare l’accordo di tregua appena firmato. Poche ore dopo, in una teleconferenza, il generale Jeffrey Harrigian, il comandante del Comando centrale delle Forze Aeree, quello appunto che dirige i bombardamenti in Irak e Siria, ha detto: “Sarebbe prematuro dire che ci entriamo dentro in pieno” (si riferiva alla tregua). Non dico che mi fido dei russi. La decisione delle forze armate dipenderà da quello che sarà il piano”. Immediatamente sostenuto da Philip Breedlove, il generale che è stato fino a marzo comandante supremo delle forze NATO. Fattosi intervistare anche lui dal New York Times, ha dichiarato: “C’è molta preoccupazione su ciò che faremo là dove si trovano i nostri”. Per “nostri”, Breedlove intende, ovviamente, le milizie islamiste addestrate e pagate da Usa ed alleati regionali, Arabia, Turchia e Katar. Ovviamente impossibili da distinguere sul terreno dallo “Stato Islamico” e Fonte al Nusrah che Kerry s’era accordato con Lavrov a considerare comuni nemici. Forse perché sono la stessa cosa. Inoltre, mercoledì, in un discorso all’Istituto per la Guerra di Washington, il generale dell’esercito Joseph Vatel, capo del comando Centrale degli Stati Uniti, esprimeva la stessa contrarietà all’accordo firmato da Kerry.

Se invece della più grande e civile democrazia e superpotenza mondiale ciò fosse avvenuto in un paese sudamericano, i nostri valorosi giornalisti avrebbero parlato di “pronunciamiento”, insubordinazione dei gallonati nei confronti del potere politico civile. Ma niente paura: era un gioco delle parti. La prova: il Dipartimento di Stato si era rifiutato di pubblicare i particolari degli accordi raggiunti con Mosca; non aveva fatto niente per separare”, come promesso, i ribelli ‘moderati’ da quelli terroristici. “Gli Stati Uniti e i cosiddetti moderati sotto il loro controllo non attuano nessuno degli obblighi che hanno assunto nell’accordo di Ginevra”, aveva denunciato il generale russo Viktor Poznikhir. Ora è chiaro perché: aspettavano che la “loro gente” si raggruppasse approfittando della tregua per sferrare l’attacco. La superpotenza modello di civiltà ha firmato in perfetta malafede quegli accordi che Mosca ha firmato e mantenuto in lealtà. La Democrazia Morale guida dell’Occidente gioca sporco. Pentagono o Casa Bianca non hanno alcuno scrupolo a spingere il mondo alla guerra, e il motivo c’è.

3600 miliardi di dollari spesi in guerre

In questi 15 anni di ‘guerra al terrorismo globale’ scatenata col pretesto dell’11 Settembre, il Pentagono ha avuto a disposizione, e speso, 3 mila e 600 miliardi di dollari per il mantenimento delle operazioni militari in paesi terzi, e anzi 4.700 miliardi se vi si aggiungono tutte le spese complementari (come le pensioni per i reduci fino al 2053): lo ha appurato un serio istituto di statistica, il Watson Institute della Università Brown,

“Per le guerre in Irak, Afghanistan, Pakistan, Siria ed altre operazioni estere, 1,7 trilioni dal 2001 al 2016, con altri 103 miliardi richiesti per il 2017. I costi di prevenzione del terrorismo della Homeland Security, 548 miliardi di dollari” nel quindicennio. Il bilancio base del Pentagono, 737 miliardi (l’anno), 2132 miliardi per i reduci. Interessi incorsi per prestiti connessi alla guerra, 453 miliardi. Costi stimati per le necessità mediche dei reduci fino al 2053, mille miliardi di dollari.”

Chi ha pazienza, legga il rapporto QUI. Quello che conta è apprendere che la con la cifra di 4,7 trilioni d dollari, l’America ha superato il costo della seconda guerra mondiale, che superò di poco – in dollari attuali – i 4,1 trilioni. Ma quella fu una guerra vera, questo un conflitto sostanzialmente fittizio, contro un “nemico” indefinito (il terrorismo globale) che come abbiamo visto la stessa superpotenza ha allevato, addestrato ed armato. E l’autrice del rapporto, Nesta Crawford, ammette di non aver nemmeno provato a valutare il costo di queste guerre devastatrici per gli altri paesi colpiti, e nemmeno a dare un valore in dollari alle vite perdute o mutilate, ai profughi fuggiaschi, alle miserie infinite prodotte da quell’immane stanziamento. Una cifra che la relatrice dice “quasi incomprensibile” per le dimensioni.

Difficile infatti comprendere l’immensità della pioggia d’oro che cade su alti gradi, industrie militari, addestratori, centrali d’intelligence e di informazione e propaganda (e giornalisti) in questi anni. E’ chiaramente in questa cifra cosmica-astronomica che si giustificano non solo le volontà di continuare la guerra e le guerre, ma dove si annidano la corruzione, le ruberie più inaudite, infiniti clientelismi, tangenti miliardarie, sovraccosti mostruosi … tutto commesso per di più al sicuro, sotto il comodo usbergo del segreto militare, insindacabile. Se la corruzione in Italia si annida nelle grisaglie del parassitismo pubblico, specie di quello locale, e si può valutare in 200 miliardi di euro l’anno di sprechi, clientelismi e ruberie, negli Usa la corruzione è 20 volte più grande ma ha colore delle mimetiche – verde oliva, o più precisamente il blu delle uniformi di gala dei generali, che magari appena in pensione finiscono nei consigli d’amministrazione delal Lockhed o della Raytheon.

Un titanico porcaio, e una gigantesca torta a cui nessuno dei parassiti vuol rinunciare. E i parassiti giustamente paventano che alla fine possano essere chiamati a rendere conto di come hanno speso quei 4 mila e più miliardi. Soldi, ricordiamolo, sottratti alle infrastrutture che stanno disfacendosi, alla società che implode. A Chicago, dove avvengono oltre tra 80 e 90 omicidi al mese (più di quelli che avvengono a Losa Angele s e New Yok insieme) da qualche settimana scoppiano incendi dolosi, la popolazione negra affamata si ribella in una spaventosa autodistruzione.

In tre stati – Tennessee, Alabama, Georgia, i governatori hanno dichiarato lo stato di emergenza per una catastrofe ambientale inaudita: l’oleodotto lunghissimo che da Houston arriva a New York portando milioni di tonnellate di greggio alle raffinerie del Nord, perde decine di migliaia di litri di oro nero al giorno. La tubatura, chiamata Colonia Pipeline, è stata costruita nel 1962: dopo oltre mezzo secolo, avrebbe bisogno di decisivi restauri. Invece i soldi – i miliardi che vengono sottratti alla manutenzioni delle infrastrutture cadenti, ai disoccupati che vivono in tenda o nelle bidonville, ai 567 mila senzatetto, alla gente che non può curarsi i denti né pagarsi unna visita meica, all’assistenza sociale mancante, all’istruzione dei giovani negri abbandonati alla criminalità, sono assorbiti dal Pentagono e dai complici. Adesso comincia a mancare la benzina anche in North Carolina.

È urgente capire che questa pioggia d’oro non ha dissolto e distrutto solo Irak e Siria, Afghanistan e Libia; ha destrutturato e dissolto gli stessi Stati Uniti, ne ha deformato la identità, ha ridotto la dignità delle sue classi dirigenti al livello di gangster che possono discutere apertamente dei prossimi assassini in tv, e metterli in atto; o violare trattati appena firmati; e corrompere tutti nel corrompere se stessa. Per esempio: le autorità russe hanno giustamente fatto calare il silenzio sull’arresto di un alto funzionario russo, Dmitri Zacharcenko, ai primi di settembre. Gli hanno trovato nell’appartamento, intestato alla sorella, 120 milioni di dollari e due milioni di euro. In contanti. E non solo in contanti: nuovissimi, intonsi, in pacchetti cellofanati con le fascette della Federal Reserve. Non si trattava certo di mazzette di un colonnello corrotto. L’entità della cifra e la natura fresca di stampa dei dollari giustifica il sospetto che si trattasse del finanziamento, da parte americana, di un “cambio di regime” a Mosca – il che giustifica il segreto che è calato sull’affare, altrimenti Mosca dovrebbe dichiarare guerra a Washington (ciò che la “Washington” della pioggia d’oro, ardentemente desidera).

Nemmeno nascondono tali propositi, in quell’Occidente. Mikhail Khodorkovski, il giovine oligarca che ai tempi di Eltsin s’era accaparrato la Yukos (oggi Gazprom, la maxi-petrolifera) con 250 milioni di dollari prestatigli da Rotschild di Londra, oggi graziato da Putin in esilio in Svizzera, ha postato un sito in cui esibisce “i nostri candidati”, ossia le personalità con cui conta di rimpiazzare Vladimir Putin alle elezioni presidenziali del 2018. Fra tali candidati spiccano: Mikhail Kassianov, già primo ministro sotto Eltsin, dove si guadagnò il nomignolo di “Micha 5%” per le tangenti che pretendeva su ogni affare, oggi ospite frequente del’ambasciata Usa a Mosca e visto con personalità della NATO a Strasburgo. Ovviamente, Andrei Navalny, che i media nostrani amano dipingere come il “leader dell’opposizione democratica” perché organizzatore di qualche manifestazione di piazza con gente elegante. Aleksei Kudrin, ex ministro delle Finanze, ammiratore del globalismo liberista; Grigory Yavlinsky, fondatore del movimento Yabloko, con un figlio che lavora alla BBC di Londra… Sembra una lista quasi farsesca di spettri del passato eltsiniano – detestato dall’opinione pubblica russa – senza alcuna possibilità reale di vincere la partita. Ma i pacchi di 120 milioni di dollari in contranti e nuovi di zecca della Federal Reserve trovati in casa del colonnello (quasi una tonnellata di banconote) può rendere il gioco assai più serio e grave.

Continuare a chiamare questo mostro destabilizzatore “democrazia” e accettare le sue menzogne come verità, significa rendersi complici del totalitarismo maligno del nostro tempo: colpa di cui un giorno le generazioni future accuseranno noi europei.

Fonte: maurizioblondet.it