Non è detto che sarà facile ma, forti dei dichiarati 5,8 milioni di lettori, dei 2,5 milioni di affezionati utenti del web, con 750 milioni di ricavi annuali, senza debiti, il nuovo colosso potrà assicurarsi il controllo essenziale sulle menti di una decisiva fetta di”decision makers”.

Assicurandosi, inoltre, una fetta assolutamente maggioritaria degli afflussi pubblicitari. Con tutto quello che ne consegue. L’operazione è, in primo luogo, una questione di business, in un mondo in cui la notizia è una merce e, dunque, conta essenzialmente come viene impacchettata più che il contenuto. Ma chiunque capisce che il consenso è sempre stato una componente del business e ora, nei tempi moderni, esso diviene sempre di più la componente essenziale del grande business di convincere le grandi masse ad essere spennate dal potere.

“Quindi si vede in bella trasparenza una riformattazione dell’élite dirigente del paese, con la marginalizzazione di frange “superate dagli eventi” — quelle che oscillano incerte, che vorrebbero un’Europa autonoma, che si “attardano” sulla sovranità nazionale e sugli interessi nazionali e, dunque, che non vogliono il conflitto con la Russia — e il rafforzamento dei settori imprenditoriali e bancari che intendono mantenere e cementare la posizione dell’Italia all’interno della linea tracciata oltre oceano.”

Lo scriveva con tutta chiarezza (per il lettore smaliziato s’intende) l’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro che — con l’aria di esaltare una mossa lungimirante — riconosceva in questa svolta la “logica della Fiat”. Che sarebbe appunto quella di “perdere quote di sovranità pur di acquisire quella forza e quella superficie che è la miglior difesa del business e del lavoro in tempi di crisi”. Dove la “superficie” metaforica di cui si parla non è solo quella della dimensione di scala italiana, ma è quella dell’Alleanza Atlantica nel suo insieme.

Torino e Roma contro Milano e il Nord-est (e anche contro il Sud del paese). Qui c’è una parte della verità che sta sotto il tappeto. Di cui la vittima cartacea è il povero Corriere della Sera (con la moribonda RCS abbandonata dalla Fiat, che la lascia nelle mani di Diego della Valle). Ma questi sono dettagli secondari. Come dettagli secondari sono la permanenza dei giornali della destra più o meno berlusconiana, e del solitario Il Fatto Quoatidiano. Non è con queste forze che si potrà contrastare la marcia trionfale dei corifei unici del pensiero unico.
Sale in cattedra, con le sue falangi, e con il coro dei canali Rai al completo, la squadra comunicativa che tirerà la voltata di Matteo Renzi per il referendum decisivo che deciderà l’abbandono (se gli riesce, e non è ancora detto) della Costituzione Repubblica nel corso del 2016. E’ la stessa squadra che in questi ultimi 30 anni ha in sostanza imposto al paese la “mappa dei valori liberal-democratici” (parola ancora di Ezio Mauro), “stimolando la sinistra a evolversi in questa direzione”. Qui la Repubblica ha giocato il ruolo decisivo, prendendo in mano l’ex Partito Comunista Italiano per traghettarlo, armi e bagagli, da sinistra a destra e per mettere i suoi rimasugli, mescolati a quelli della Democrazia Cristiana, nelle mani di Matteo Renzi. Unica pecca di questa impeccabile parabola il non piccolo dettaglio che, lungo la strada discendente, i valori liberal democratici sono stati abbandonati da qualche parte sul ciglio. Per essere sostituiti dal business e dalla guerra (che di questo gruppo editoriale nascente sarà senza alcun dubbio la doppia bandiera).

Fonte: Sputnik