Al Quaryatayn è un antico villaggio cristiano in Siria. La chiesa che vi sorge è del V secolo. Occupato e distrutto dalla soldataglia dell’Isis, al Quaryatayn – snodo centrale sulla rotta dei caravanserragli – è stato liberato e restituito alla comunità cristiana.
Nessun giornale ce l’ha raccontato, nessun canale tivù ne ha diffuso immagini e nessuna testimonianza è arrivata dal nostro sistema d’informazione nei nostri tinelli. Cosa troppo inopportuna per la narrazione “istituzionale”. I cattivi, infatti, ovvero i russi – e, peggio ancora, gli iraniani con loro – portavano a termine una missione fortemente simbolica nell’inferno del conflitto siriano.
Solo Gli occhi della guerra – dalla piattaforma de ilgiornale.it – ha dato notizia di questo potente miracolo nella battaglia contro il terrorismo. Per tramite di un giovane reporter che fa il lavoro che i grandi giornali non vogliono più fare – raccontare la guerra dal punto di vista “indipendente” – abbiamo saputo della liberazione di Al Quaryatayn. E così anche il racconto di Maolula, la città dove da tempo immemore veglia la statua della Vergine – la statua distrutta dalla canea fanatica, sguinzagliata appositamente in Siria – statua oggi restituita all’altura da quei soldati, unitamente cristiani e musulmani, su cui l’informazione istituzionale tace.
È solo un blog. E si chiama Sebastiano Caputo il reporter che vi porta i suoi viaggi. Ha ventiquattro anni, campa la giornata dando le lezioni private di francese ed è un giornalista a proprie spese. E’ quello che nelle foto – in maglietta a maniche corte – sta in mezzo a gente con le mitraglie in spalla.
Scrive, filma, fotografa e racconta Caputo, ciò che nel circuito dell’informazione istituzionale viene trasformato in menzogna. E su Palmira, dove giusto per non darla vinta a Putin occorre sporcarne la vittoria, Caputo che sta lì – sul pezzo e sulla sabbia – fa il contrario: nella bottiglia del suo blog mostra i russi impegnati a sminare il sito archeologico. E poi racconta: gli sciacallaggi di opere d’arte dei tagliagole dell’Isis per conto delle case d’asta.
Alla notizia dell’uccisione “dell’ultimo pediatra di Aleppo” Caputo – che ha in Alberto Negri, analista de IlSole24ore un maestro – affianca quella del bombardamento a tappeto sulla città messo a segno dai ribelli. I filmati restituiscono, nella visione e nel sonoro, l’atto di verità urgente sempre più in quella porcheria che è la guerra.
Inviato di guerra indipendente, così si dice. E Gian Micalessin, l’inviato de Il Giornale che fa da padrino a Caputo, in questo ragazzo cui nessun giornale paga i viaggi, le assicurazioni e le attrezzature, di certo scorge il frutto di una semina antica: l’impronta di Almerigo Grilz, il magnifico reporter, fondatore di Albatross, l’agenzia giornalistica per cui – telecamera a spalla – viaggiò nel mondo per trovare la morte in Mozambico il 19 maggio 1987 mentre sta filmando la battaglia a Sofala.
Come ci sono gli scrittori a proprie spese – poeti della domenica affetti di sterile vanità – così, dunque, ci sono i reporter a proprie spese. Sono quelli che vanno a supplire il vuoto totale del giornalismo delle tutele e degli stipendi, il giornalismo che, in tema di esteri, fa il comodo porco della disinformazione.

Fonte: Il Fatto Quotidiano