Le elezioni erano regionali e parziali (solo in sette regioni), quindi a metà strada tra quelle politiche e amministrative. Quindi è difficile trovare punti di riferimento per vedere chi è andato “avanti” e chi “indietro”.
Dunque ci sarà la solita gara a tingere di bianco la propria sconfitta, per trasformarla in vittoria. Ma alcune cose sono apparse subito chiare e “non verniciabili”. La prima è che Matteo Renzi, il premier fino ad ora invitto (anche se mai eletto in una regolare consultazione politica) esce da questa consultazione con le ossa rotte.
Anche qui i verniciatori insistono sul dato finale, di cinque regioni a lui e solo due ai nemici.
Ma una di queste, la Campania, rischia di essere un fuochetto di paglia che durerà qualche settimana. Infatti il candidato vincente, del PD, Vincenzo De Luca (vincente con scarto risicato) potrebbe essere dichiarato ineleggibile, in quanto incandidabile, in base alla legge Severino, che esclude dai poteri di direzione politica candidati che abbiano già patito una condanna (e lui ne ha una per abuso d’ufficio). Dunque potrebbe essere che tra non molto si torni a votare in Campania. E il risultato finale potrebbe passare da 5 – 2 a 4 – 3.
Vediamo come andrà a finire.

La seconda cosa “non verniciabile” è l’affluenza elettorale. La più bassa di tutti i tempi repubblicani: dieci punti in meno di votanti rispetto alla consultazione elettorale del 2010. E, nelle elezioni comunali, che hanno investito milioni di elettori, il voto si è fermato al 65%, cioè otto punti in meno rispetto all’appuntamento amministrativo precedente. Che vuole dire? Una cosa evidente: che la politica è coperta di un larghissimo discredito, che coinvolge ormai quasi la metà del corpo elettorale. Certo uno può dire che Renzi non c’entra, visto che il dato riguarda tutti, e ormai non c’è nessuno senza peccato che possa scagliare la prima pietra (in verità chi può scagliarla c’è, ed è il Movimento 5 Stelle, che si è presentato con candidati puliti e facce giovani dovunque).
Ma questo desolante distacco della gente dalla politica avviene mentre il premier sbandiera moralizzazione e risultati economici.
E il fatto che metà degli elettori rimane a casa invece di sostenere il capo del governo indica che la marcia trionfale non c’è più, e che il trionfo del 41% nelle europee era molto più effimero e condizionato di quanto non fosse presentato dallo stesso Renzi e dall’unanimità dei media.

Ora si aprono problemi politici anche per il governo. Poiché è chiaro che il “dimezzamento” politico di Renzi è stato provocato non solo dal rafforzamento dei suoi nemici esterni, ma anche dagli avversari interni al suo partito. S’impone qualche correzione sostanziale, di stile e di sostanza, se Renzi intende rimanere in sella fino alla scadenza del mandato nel 2018.

Chi ha vinto, indubitabilmente, è la Lega di Salvini. Che aumenta dappertutto, diventando perfino più forte del partito di Berlusconi. Il quale arretra anch’esso a causa dell’astensione, e cedendo voti alla Lega. La futura fisionomia del centro-destra ha un nuovo e indubbio protagonista in Salvini ma, paradossalmente, la sua avanzata rimetterà in gioco anche Silvio Berlusconi, che da solo sarebbe ormai spento.

L’altro “vincitore” è Beppe Grillo. Metto la parola tra virgolette perché è una vittoria che solo il tempo a venire potrà confermare. Infatti è una vittoria indiretta, in certo qual senso “riflessa” dalle debolezze altrui. Infatti i voti del M5S flettono in assoluto e in percentuale dovunque. Ma, flettono meno degli altri partiti e coalizioni, dimostrando che il Movimento 5 Stelle ha tenuto meglio degli altri (salvo la Lega). Il che, a sua volta, indica un certo radicamento del movimento nel corpo elettorale. In precedenti elezioni amministrative il giovane “partito” aveva subito tracolli vistosi, accumulando delusioni e frustrazioni diffuse nel corpo elettorale.

La tenuta in queste elezioni amministrative sembra indicare un’inversione di tendenza: non più soltanto un voto di protesta. Ma Beppe Grillo e i suoi fedeli dovrebbero fare meglio i conti. La tendenza non è al rialzo. Trovarsi oggi ad essere il primo partito in diverse regioni d’Italia potrebbe indurre a facili entusiasmi. Facili significa non giustificati.
Aumenta la responsabilità di un potenziale governo locale, ma diventa evidente la necessità di cercare alleanze. Da soli non potranno farcela in ogni caso.
Dove cercare alleanze sarà affare difficile, dato il discredito della politica, del quale il M5S non è stato colpito. Il “che fare” è tutto da costruire.

Fonte: SputnikItalia