Non può sfuggire l’importanza della diga di Mosul, il più grande serbatoio artificiale dell’Iraq, teatro nel 2014 di furiosi combattimenti, ora in mano ai peshmerga curdi e che l’Isis avrebbe anche potuto utilizzare come una sorta di “bomba d’acqua” facendola saltare in aria conseguenze catastrofiche. Lo sbarramento, a 40 chilometri da Mosul occupata dal Califfato, non è in prima linea ma andare in Iraq non è mai una passeggiata: sei peshmerga ieri sono stati uccisi da un kamikaze dell’Isis a 20 chilometri di distanza. Non può quindi sfuggire l’importanza di inviare 450 soldati per garantire la sicurezza del restauro della diga, un appalto vinto da una società italiana. E’ un po’ meno chiaro perché un annuncio del genere sia stato fatto in tv e non in Parlamento.

Come dice il presidente del Consiglio questo non è il Paese dei balocchi, quindi decide il Parlamento, non l’audience o i social network. Questo non è il Paese dei balocchi perchè i soldati non sono dei contractor a disposizione del governo ma degli uomini, dei professionisti, e bisogna sapere perché debbano essere mandati e soprattutto con quali regole di ingaggio. In cambio di un appalto? Sembra un po’ troppo poco. Speriamo non vengano a dire che è l’ennesima missione di pace. Queste cose non le diciamo per spirito polemico ma perché nei decenni abbiamo dovuto scrivere dozzine di articoli sulle missioni in Somalia, Kosovo, Afghanistan. Siamo stati testimoni dei morti italiani in agguati e in battaglia. Troppe volte ci siamo trovati nella triste condizione di dovere spiegare cosa eravamo andati a fare: quando un soldato muore da noi diventa una tragedia nazionale e si innescano le relative e stucchevoli polemiche. È sempre stato così e ai media viene affidato il compito, svolto per carità di patria, di rivolgersi contriti a un’opinione pubblica che non ha lo stomaco per sopportare perdite umane. L’Iraq poi rimanda a tragiche memorie, ai 28 trucidati da un camion bomba il 12 novembre del 2003 davanti alla base Maestrale di Nassiriya. Qui abbiamo assistito per anni a battaglie, attentati kamikaze, cui siamo sfuggiti d’un soffio, massacri, quindi è necessario capire quali compiti si svolgono e con quali regole.
Se poi viene detto in cambio di che cosa andiamo è meglio.

La priorità per noi è la Libia. In queste ore è attesa la firma dell’accordo per un governo di unità nazionale tra Tobruk e Tripoli. Questo governo potrebbe richiedere l’intervento internazionale e quello dell’Italia ma per farlo deve insediarsi nella capitale, evento al momento ancora improbabile. Cosa ci promettono in Iraq? Il ritorno ai casa dei marò, un occhio di riguardo ai nostri interessi libici? Gli alleati nei momenti decisivi ci hanno ignorato: la Francia nel 2011 ha violato il nostro spazio aereo senza farci neppure una telefonata, la coalizione anti-Gheddafi stava persino per bombardare i terminali dell’Eni, Bruxelles ha voltato la testa dall’altra parte quando lanciavamo allarmi sui profughi e la sicurezza nel Mediterraneo, l’ambasciata americana in Libia ci chiedeva informazioni ma per difendere gli interessi Usa, per non parlare degli inaffidabili partner arabi e musulmani. Andiamo pure in Iraq ma è venuto il momento di patti chiari e amicizia lunga, come si diceva un tempo anche nel Paese dei balocchi.

Fonte: Il Sole 24 Ore