Qualcuno ricorderà forse il mio indignato commento a proposito delle recenti dichiarazioni del vicepresidente statunitense Kerry a Hiroshima. Vorrei riprendere brevemente il discorso non a proposito delle tragiche conseguenze delle esplosioni nucleari del 1945 bensì più in generale sul Giappone, un paese sul quale avevo molto letto e perfino discusso (anche grazie al privilegio di essere stato per molti anni amico e collega di Università di Fosco Maraini) ma che ho visitato per la prima volta soltanto quest’anno trattenendomici più o meno un mese: poco, senza dubbio, per capirci sul serio qualcosa. Certo però ho creduto, se non altro, di comprendere un po’ meglio quel che osservava Ruth Benedict, in un libro ormai “classico” e magari invecchiato, il Leitmotiv del quale era l’eterno but also: il Giappone come questo ma anche, sempre e comunque, qualche altra cosa. Il Giappone ultramoderno ma anche tradizionale, paese della cortesia ma anche della brutalità, ospitale ma anche riservato e in un certo senso perfino ostile.

Mi aspettavo alcune cose, avevo letto molto Mishima e rivisto tutti i films di Akira Kurosawa; mi era capitato di approfondire (purtroppo senza conoscere se non poche parole della lingua, ma con iamatologi esperti che ho avuto la fortuna di conoscere) temi come quelli connessi alla cultura del bushido e sull’epoca Meiji; e molto mi ha aiutato il libro di Massimo Raveri, Il pensiero giapponese classico (Einaudi 2014). Mi aspettavo di restar impressionato e affascinato dai grandi santuari buddhisti e shintoisti, ma confesso che una visita al grande Buddha di Nara ha scosso quel tanto di scetticismo che pure mi si è incrostato addosso in tanti anni di frequentazione del tema del pellegrinaggio come oggetto di studio e anche di esperienze pratiche e intense in quanto pellegrino. Eppure, inaspettatamente, quel che in un certo senso mi ha più colpito è stata Tokyo, che immaginavo forse in un modo un po’ troppo dipendente dall’impressione in me suscitata dal film Lost in translation. Mi aspettavo la pulizia accurata delle strade del centro e la paradossale cortesia di certi ambienti: non il traffico ordinatissimo e quasi scarso – esito del rigore assoluto della politica delle aree pedonali – e il livello straordinariamente tranquillo e civile della vita quotidiana in una grande metropoli dove la gente lascia aperte le porte di casa e le portiere delle auto sicura di ritrovare tutto intatto al suo ritorno.

Eppure, quest’iperoccidente/antioccidente fa comprendere molte cose su quel che da noi avrebbe potuto accadere e non è accaduto. Un giorno ci siamo addentrati un po’ troppo in un sentiero di montagna, attorno a Takayama, sulle cosiddette “Alpi giapponesi”, in un’area infestata dagli orsi. Era passato già il mezzogiorno quando ci siamo accorti di esserci perduti tra sentieri nei quali la segnalazione era assente; e il tempo coperto c’impediva di orientarci col sole. Una giovane donna dall’aria della contadina ci ha incontrato per caso e, senza parlare, ci ha guidati per ore in quell’area impervia, tra scarpate ripide e boschi fittissimi. Eravamo inquieti e cercavamo di comunicare in inglese e a cenni. Ma dopo ore di cammino, sul far del tramonto, la ragazza ci ha portato d’incanto quasi sulla soglia del nostro albergo; e si è dileguata dopo un sorriso e un inchino, senza dirci nulla. E va da sé, senza nemmeno accennare alla richiesta di un compenso: facendoci sentire sino in fondo il peso della corruzione della nostra civiltà, dove si ritiene che tutto sia monetizzabile, che il danaro possa comprare tutto e che senza danaro non si possa far nulla. “Nessuno fa nulla per nulla”, mi aveva ripetuto proprio qualche giorno prima di partire un deputato durante un dibattito televisivo. “Ovviamente”, avevo risposto. Non è vero, onorevole: questo è il mondo che noi abbiamo costruito, non l’unico possibile. E chissà, magari nemmeno il migliore.

Qualche giorno fa ho chiesto a un grande editore di poter dedicare un mio libretto a un generale giapponese impiccato alla fine del cosiddetto Tokyo Trail, il tribunale militare inaugurato nel 1946 con il còmpito di giudicare i crimini di guerra compiuti dai giapponesi durante il conflitto 1941-45 e concluso nel novembre 1948 con varie condanne capitali. Non era mia intenzione scagionare quell’alto ufficiale dagli addebiti che gli erano stati mossi né, tanto meno, tentare nei suoi confronti alcuna apologia. Niente revisionismo, niente negazionismo: solo un omaggio al suo coraggio e al suo senso dell’onore. La mia richiesta è stata accorta con imbarazzo e, alla fine, cortesemente respinta: ho compreso le ragioni dell’Editore e non ho insistito. Ma visitando il Museo Yushukan dedicato in Kyoto alla storia militare e ai caduti in guerra, ho molto apprezzato – e non senza commozione – il ricordo, affidato a una semplice iscrizione e a una fotografia, del giudice Radhabinol Pal, che rappresentando l’India fece parte del jury internazionale chiamato a giudicare dei crimini di guerra giapponesi.

Il dottor Pal era un giurista severo ed equanime, anche se c’è da chiedersi quanto, nell’equanime parere da lui espresso, contasse la dolorosa coscienza di cittadino di un paese che aveva conosciuto a lungo l’occupazione straniera, la repressione e la violenza contro il suo popolo; e la constatazione che il giudica rappresentante la potenza europea responsabile della lunga umiliazione colonialista del suo popolo sedesse ora al suo fianco incaricato di giudicare i crimini di un altro paese e ben consapevole del fatto che nessuno avrebbe mai giudicato quelli del suo.

Il dottor Pal conosceva bene la legge dei Vincitori e dei Vinti: e si guardò bene dal contestarla. Ma vagliò con coscienza e con attenzione i documenti dei quali disponeva, contestò sistematicamente errori ed abusi, scoprì e segnalò false testimonianze e malintesi giuridici, contribuì senza esitazione alla punizione dei crimini ma si oppose sistematicamente alla vendetta travestita da giustizia, all’infamia e all’arroganza dei vincitori. Fece il suo dovere in piena coscienza: è triste che per questo motivo il suo lavoro venisse ostacolato; più triste ancora – ma necessario e doveroso – che l’aver fatto il suo dovere sia stato causa di elogio presso gli uomini di buona volontà. E’ ancora molto lontano il tempo nel quale l’esercizio del dovere sia salutato senza espressione alcuna di lode da chi lo riconosce, come semplice atto dovuto. Il dottor Pal non si sentiva certo un eroe: era semplicemente un uomo d’onore che faceva il suo dovere. Che tutto ciò sia sentito come eroica eccezione fa parte non già della fisiologia del suo carattere e del suo tempo, ma della patologia del nostro.

Fonte: Dal suo blog