Si grida allo scandalo perché Matteo Renzi si è impadronito di fatto della Rai, realizzando il sogno di tutti i suoi predecessori. L’abilità del premier consiste nel compiere scorrettezze che altri, prima di lui, hanno tentato di commettere senza riuscirci. Onore al demerito. Naturalmente, i telespettatori e i radioascoltatori non si renderanno conto di nulla, e i pochissimi che si accorgeranno dei mutamenti faranno spallucce, pensando che tanto è lo stesso. Una leccata di più a Tizio o una leccata di meno a Caio non scalfirà di certo la vocazione conformistica dell’ex monopolio, nato per servire il potere e vissuto ossequiando i politici più influenti.

Finché dura a Palazzo Chigi, ovvio che Renzi sia considerato dai media (salvo rare eccezioni) degno di essere unto con l’abbondante saliva delle redazioni, sempre attente a non guastarsi la reputazione di tappetini. D’altronde, dove ci sia un editore, pubblico o privato è lo stesso, c’é qualcuno che comanda una massa di obbedienti. I pochi che sgarrano o si autoemarginano o vengono emarginati con la vaselina. Cosicché cambia la musica, ma l’orchestra suona comunque melodie imposte dall’alto per compiacere i padroni del vapore.

Stracciarsi le vesti perché accade oggi ciò che è accaduto regolarmente in passato significa non aver capito in che mondo siamo. Diciamo che le opposizioni in Rai non hanno mai avuto diritto di cittadinanza tranne in un caso abbastanza recente, quando il capo dell’esecutivo era Silvio Berlusconi, accusato di conflitto di interessi in quanto proprietario di Mediaset. All’epoca i programmi all’insegna della contestazione permanente ai danni del Cavaliere erano non solo tollerati, ma spesso incoraggiati. Il più efficiente demolitore del centrodestra berlusconiano era Michele Santoro, una sorta di martello pneumatico in grado di scavare nel profondo del privato di Silvio e della sua corte, facendone emergere ogni sorta di pettegolezzo ingigantito e amplificato da toni declamatori tesi a suscitare sospetti di vario tipo.

Le trasmissioni di Santoro hanno fatto scuola e decine di imitatori hanno dato seguito a un filone di successo: strapazzare Silvio era garanzia di ascolti elevati che provocavano commenti aspri sui giornali cartacei, idonei a prolungare l’effetto devastante delle critiche sgorgate negli studi di qualsiasi antenna. Quella dell’antiberlusconismo militante è stata una lunga stagione durante la quale sono cresciuti fior di cecchini. Un periodo di vacche grasse per chiunque attaccasse l’uomo di Arcore, considerato autore di nefandezze più o meno inventate, ma ricche di spunti da sfruttarsi onde sputtanarlo in modo irreversibile.

Il tiro al piccione (fondatore di Forza Italia) è andato avanti anni e anni senza sosta, praticato con voluttà dagli specialisti in talk show, ben felici di alimentare l’odio popolare nei confronti del presidente del Consiglio in carica. Una grandiosa operazione denigratoria conclusasi con la vittoria a tavolino del centrosinistra, ben felice di poter finalmente occupare la scena principale. Allorché Renzi, sgominati Mario Monti e Enrico Letta, ha imposto la propria legge del menga si è verificato un fenomeno strano. La politica italiana, orfana di Berlusconi protagonista, non è più stata una miniera di eventi spettacolari. Santoro è scomparso, i suoi epigoni anche. Alcuni divi del video ora si accontentano di sfruculiare Matteo Salvini nella convinzione sia il nemico da battere. Il leghista è l’unico leader rimasto ad incrementare l’audience, ecco perché gli dànno addosso. Lui non fa una piega. E miete consensi. Mentre i signori conduttori sono allo sbaraglio, e Renzi pigliatutto se la ride. Nessuno è in grado di ostacolarlo. Tanto vale che egli diriga di suo pugno anche la Rai. Così è.

Fonte: Il Giornale