Il vero manuale Cencelli in Rai non è quello dei partiti, non c’è più, infatti, la lottizzazione da Prima Repubblica –TeleNusco, TeleCraxi eTeleKabul – e neppure più, per entrare a Saxa Rubra, può valere la famosa formula magica di arruolamento. Ve la ricordate? Era quella del “si prenda uno in quota Dc, uno in quota Pci, uno in quota Psi e poi uno bravo…”. L’assegnazione dei lotti in palinsesto, oggi, è questa: “Uno Beppe Caschetto, uno Lucio Presta, uno Bibi Ballandi e poi basta più”. E nel “basta più”, va da sé, s’intenda data per dispersa la ragione sociale stessa del “servizio pubblico”. Il cosiddetto prime-time, infatti, nell’ampia fetta del 70 per cento è prodotto da società esterne e l’esito morale di quella che fu la più grande azienda culturale d’Italia, erede dell’Eiar, è finito tutto nell’archeologia. La Rai, insomma, con i suoi 15.000 dipendenti è l’ultimo residuo del welfare da socialismo reale.
Coi capocellula, ops, coi direttori di rete, ridotti al ruolo di esecutori di decisioni prese altrove. I tre procuratori delle star – gli agenti dei conduttori, degli attori e delle prime firme – sono diventati i veri proprietari delle scelte editoriali del servizio pubblico. L’epoca, massimamente in auge nella Rai della destra, con la ragazza desiderosa d’arte, sottratta alla fatica della gavetta e seduta sulle ginocchia del ministro, è finita. Sono i ministri adesso a inginocchiarsi davanti al pallottoliere delle fortune telegeniche e i tre –uno dei quali, Presta, prossimo a diventare sindaco del Pd a Cosenza – officiano un redivivo Caf dove però in luogo di Craxi, Andreotti e Forlani ci sono loro. Sono nomi noti solo agli addetti ai lavori e però ognuno, in virtù di un’indiscussa professionalità, riesce a essere rappresentativo di una certa idea dell’Italia, come Ballandi, il grande pontefice di messe cantate con sacerdoti del calibro di Adriano Celentano, Giorgio Panariello, Gianni Morandi e l’immenso Fiorello. Erede di un’Italia ben precisa, quella dei tinelli marron, Ballandi è il grande centro – in lui s’invera lo smagliante mammozzone tutto di sentimenti e luccicanti show a prescindere da ogni premier –e altre idee dell’Italia sono quelle di Presta, diocenescampi, che è il benignismo in innesto di ‘nduja, mentre Caschetto, interprete della vocazione fighetta della nuova Italia, tutore del fabiofazismo qual è, maestro spirituale di Daria Bignardi, diventa arbiter elegantiarum dei bru bru. Ecco il vero Cencelli: uno Caschetto, uno Presta, uno Ballandi e poi basta più.
A loro volta, i tre, nel dispensare cavalli della propria scuderia, al pari dei procuratori del calcio, per ogni campione piazzano due scamuffi, e qualcuno di questi – a quanto pare – come direttore di rete. Il rinnovato Cencelli, nell’era dell’Happy Regime, mira al traguardo del cuore di uno solo: Matteo Renzi. E la gara la vince Caschetto, non fosse altro per avere azzoppato Massimo Giannini – reo di ogni lesa maestà – quando nel proprio claudicante Ballarò, voleva Virginia Raffaele, già celebrata per l’imitazione di Maria Elena Boschi. Ma la Raffaele, perfetta per cancellare Maurizio Crozza – per decisione di Caschetto, suo agente tanto quanto di Giovanni Floris nel frattempo trasmigrato a la7 – restava ibernata a Mediaset. Per proteggere Floris, certo, ma per asfaltare Giannini. E comandare al meglio. Come nessun Editto Bulgaro saprà mai fare.

Fonte: Il Fatto Quotidiano