Il disegno di legge del governo canadese in cui è prevista «l’identità di genere» dovrebbe normare dal comportamento all’aspetto esteriore, dalla voce al nome e all’uso dei pronomi che il soggetto, cioè il genere in questione, sceglierà per la sua definizione. Il premier Justin Trudeau lo ha definito come «il grande arco della storia che tende verso la giustizia» e infatti la prima freccia scoccata da quell’arco è andata a infilzare uno psicologo dell’Università di Toronto, Jordan Paterson, critico verso il provvedimento. É singolare come ogni passo avanti nel nome della democrazia (e, va da sé, della tolleranza), comporti l’interdizione di chi dissente, il che è l’esatto contrario della democrazia stessa, pluralista per definizione. Si accetta cioè l’idea che ci siano opinioni senza valore di opinione, se non nella misura in cui sono funzionali rispetto alla ideologia dominante, una sorta di censura morale dove le idee che non sono alla moda diventano indecorose e chi le sostiene un paria sociale. Una volta la morale era riferita ai comportamenti individuali: si riteneva cioè che se gli individui si fossero comportati bene, questo sarebbe andato a vantaggio del corpo sociale. Oggi è il contrario. Si ritengono superate le regole morali tendenti a disciplinare i comportamenti individuali, ma si ritiene che sia la società, nel suo insieme, a dover essere «morale». Più in generale, «la teoria del genere» fa parte di quella «metafisica del progresso» abbracciata dalla sinistra modernizzatrice per la quale, come scrive Jean Paul Michéa,

«qualunque forma di appartenenza o di identità che non siano state scelte liberamente dall’individuo risulta potenzialmente oppressiva e discriminante. Di qui la successiva celebrazione di ogni forma di affrancamento da appartenenze e identità date (compresa quella sessuale) e delle virtù del mercato sociale».

La sua aspirazione finale è un egualitarismo colorato di ecologismo igienista, in cui frenesia purificatrice, normativa e normalizzatrice e mondo senza classi, senza confini, senza differenze sessuali, etniche e razziali, senza alcol, senza tabacco vanno a braccetto. In sintesi, la cosiddetta sinistra dei diritti individuali fatti passare per nuova etica socialista, dove il rifiuto di ogni base comunitaria del legame sociale, il suo liberismo societario, non è altro che l’applicazione in campo sociale del liberismo economico della destra. In quest’ottica, tutto ciò che ha a che fare con la realtà, quella vera, risulta insopportabile e la realtà, quella vera, va dunque negata o, se è possibile, «rieducata». Solo che negare e/o rieducare la realtà non è così facile come mettere la mordacchia a chi non è in linea con il pensiero dominante. Non bisogna farsi ingannare dall’idea che sia in corso una battaglia delle idee in cui la reazione, bieca, naturalmente, sia alla riscossa, come i fautori del «politicamente corretto» e del «ben pesare» vorrebbero farci credere per giustificare lo stato di impasse in cui finiscono con il trovarsi. Più semplicemente è che quest’ultimi continuano ad andarsi a fracassare contro il muro della realtà, fatto cioè di persone reali che non vivono nella negazione. Ora, il sogno di una postmodernità post-sessuale, di cui il disegno di legge canadese è uno degli indicatori, non racconta altro che una società senza sessi come surrogato e/o superamento di quella società senza classi di un marxismo ormai defunto. Una società, ha notato Alain de Benoist, in cui «la liberazione del desiderio non significherebbe più che bisogna liberare il desiderio, ma che bisogna liberarsene. Un sogno di indistinzione, un sogno di morte».

É il frutto di una teoria in cui eguaglianza vuol dire identicità e presume che la società si componga di soggetti autosufficienti, privi di qualunque forma di impegno o di attaccamento reciproco al di fuori di quelli volontari e/o contrattuali: in sostanza, vede gli individui come soggetti astratti e l’identità sessuale come una costruzione sociale. Non potendo negare la realtà, cioè le differenze fra gli esseri, si dichiara indifferente alle differenze e poiché la differenza è ritenuta indissociabile a un dominio e/o una gerarchia, l’eguaglianza diventa sinonimo di equivalenza o di identità. «Per uscire da qualunque rapporto di dominio nota ancora de Benoist – bisognerebbe dunque sopprimere la differenza dei sessi. Non si tratta più, pertanto, di liberarsi unicamente dal dominio maschile, e neppure dagli uomini, ma dallo stesso sesso». Il problema è che in natura ci sono solo due sessi e non una molteplicità e quel che il sesso biologico non determina, non è il genere, ma la preferenza sessuale. Inseguire la «de-differenziazione» vuol dire confondere l’eguaglianza con l’identicità e trasformare la teoria del genere in un’ideologia che ha in odio le differenze e si nutre di una passione per il neutro che è in sé deleteria. In Canada potranno anche dare spazio per legge ai giocattoli «gender neutral», ma i bambini continueranno a preferire le macchine e le bambine le bambole. Il cervello non è unisex.

Fonte: Il Giornale