Credo che dispiaccia un po’ a tutti noi che il compleanno di Saviano venga rovinato dal fertility day, il quale purtroppo cade nello stesso giorno dell’augusto genetliaco. Ci dispiace ma sono certa che finiremo per farcene una ragione, perché il motivo per cui è nata questa iniziativa – sicuramente migliorabile quanto a slogan, foto, idee – è sacrosanto: riaffermare una realtà. Le donne hanno un periodo di fertilità limitato a una fetta tutto sommato abbastanza ristretta della loro vita.

Adesso non vorrei ritirar fuori Chesterton con quella vecchia storia delle spade sguainate per dire che le foglie sono verdi, ma certo non si capisce come questo possa suonare offensivo a qualcuno, la realtà a volte è bella, a volte no, ma non rientra nelle categorie dell’offesa. Non è una campagna per dare delle egoiste a donne che liberamente scelgano di non avere figli, non è una campagna per far soffrire quelle che non ne hanno potuti avere (malattie, circostanze di vita), né per dare medaglie a quelle che hanno dato figli alla patria. È una campagna per dare ulteriori informazioni, altrove taciute, a quelle che stanno decidendo della loro vita, e a cui il problema della fertilità non viene mai sollevato in nessuna sede, non prima che sia troppo tardi. Semplicemente è un timido, rispettoso tentativo di contrastare l’onda di piena che va nel senso opposto. Tutte noi nate negli ultimi decenni del ‘900, per non parlare delle più giovani, siamo state esposte a una propaganda tenace e continua, minuziosa. Un’occupazione militare di tutte le sedi in cui si stava formando il nostro immaginario. Un regime mediatico ci ha detto – più o meno sottilmente – che il corpo è nostro e ce lo gestiamo noi. Ora, il corpo è nostro, certo. Ma non ce lo gestiamo certo noi. Lui funziona con delle leggi che noi non controlliamo (noi mamme ci illudiamo di averli fatti noi i figli, in realtà li abbiamo solo ospitati). Non siamo in grado di far diventare bianco un capello (casomai lo possiamo tingere, ma generalmente ci infliggiamo quasi tutte quel biondo over 40).

Invece pensavamo di essere onnipotenti. Finalmente libere. Di studiare, di vivere le nostre relazioni, di lavorare, di costruire la nostra vita professionale perché i figli poi avrebbero magicamente trovato una sistemazione incastrandosi con tutto il resto. Il problema della scarsa fertilità da giovanissime non ci sfiorava. Anzi, siamo, cresciute pensando che il problema sarebbe stato quello opposto, cioè quello di evitarli, i figli.

“Anche tu sei tra quelle che hanno creduto alla favoletta americana di costruire prima il tuo futuro facendo come ti pareva?” – dice il ginecologo alla mia amica accingendosi a prelevare i suoi ovuli, una seduta in cambio di circa tre dei miei stipendi. Me lo racconta un po’ sorridendo di sé, un po’ con la voce strozzata dal dolore. È molto bella, molto abbronzata, infelice. Bravissima nel suo lavoro, ha stretto i denti per studiare al massimo, per diventare un promettente avvocato in un grande studio, si è presa i suoi tempi, ha vissuto le sue storie pensando che fosse troppo presto per porsi il problema. E in un attimo è diventato troppo tardi. È andata dolorosamente a ingrossare le fila delle clienti di una clinica romana. Donne che per decine di migliaia di euro si sottopongono a iperstimolazione ormonale e anestesia totale, per prelevare qualche ovulo. Verranno messi in frigo, solo uno su dieci può diventare un embrione – il suo compagno è d’accordo a provare, ma senza fretta – e se va bene forse la metà degli embrioni riuscirà a impiantarsi. Le speranze che nasca un bambino sono flebili. Un percorso faticoso e costoso, e non solo in termini di soldi. Mi ha chiesto lei di raccontare questa cosa, pensando alle altre, alle più giovani: è un grosso giro di affari – racconta – e fa male alla salute. Ti senti in trappola, quando pensavi di avere il mondo in pugno. Negli Usa sono le aziende a offrire l’egg freezing alle loro dipendenti. O le madri, che non vogliono che le figlie trascurino il lavoro quando è il momento di pigiare sull’acceleratore. La mia amica però non ce l’ha con quel ginecologo un po’ spregiudicato, né coi compagni che non le hanno mai chiesto un figlio. Credo che ce l’abbia un po’ con sé, perché lei questa cosa non l’ha decisa davvero.

È impossibile entrare nelle vite così misteriose e delicate degli altri, veramente impossibile giudicare. Quello che è certo è che siamo a un cambiamento culturale epocale. Questo giornale ha ospitato molte riflessioni sul tema del calo demografico, ed è pressoché l’unico a non stancarsi di parlarne. Su altre pagine, però, la questione viene fuori solo in caso di bonus bebè, per denunciare il lavoro precario e l’incertezza di vita che renderebbe impossibile qualsiasi pianificazione. Io non so di ricette economiche, e ogni aiuto è benedetto, per carità. Semplicemente non credo che sia un incentivo economico a cambiare l’orizzonte a cui ci si destina. Mia nonna ha fatto il quinto figlio in tempo di guerra. Non aveva pianificato niente, non era certa di niente sotto le bombe. Neanche che il marito colonnello sarebbe tornato a casa per prendere in braccio quella bambina che cominciava a crescere in lei. Quando la fecondità era legata in modo inevitabile alla sessualità, i figli semplicemente arrivavano. Non ci si chiedeva se si fosse pronti, lo si diventava quando le necessità si facevano avanti sotto forma di neonato.

Il fatto è che se uno si chiede se è pronto per fare un figlio, non lo sarà quasi mai. Ti metti in casa un essere di cui non sai nulla (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi sull’ostinazione nella diagnostica prenatale ai limiti dell’eugenetica), e a cui dovrai pensare ogni secondo della tua giornata per i successivi diciamo quindici anni, provvedere a lui per oltre venti, probabilmente. Se ci si pensa tutto insieme, l’unico atteggiamento ragionevole è rimandare. Quando il lavoro non sarà più precario, quando la casa, quando tutto il resto. Lo so che ormai la mia fama di bigotta è solidissima, e dovrei far qualcosa per darmi arie da persona quasi normale, ma credo che l’unico atteggiamento razionale e sano che si possa tenere nei confronti della vita è quello che anche la Chiesa suggerisce. Una sessualità aperta alla vita e dentro un matrimonio è una possibilità di felicità enorme, e lo dico dopo avere incontrato migliaia di donne. Quelle che hanno accettato figli imprevisti e magari un po’ di troppo dal punto di vista economico non se ne sono più pentite. La vita ripara la vita, trova risorse insospettabili, moltiplica la forza e la capacità di risolvere problemi. Una coppia che deve tirare su dei figli si metterà a fare seriamente, certo consumerà in modo diverso (il sogno di ogni uomo marketing sono invece i dink, double income no kids), magari chiederà aiuto ai genitori, per pagare l’affitto invece che per fare l’Erasmus – che bello sarebbe fare i figli a venti anni o poco più, per poi trovarsi a quaranta nel pieno della vita lavorativa con dei figli capaci di andare a scuola da soli, e magari pure contenti se la mamma si leva dalle scatole qualche ora.

Sono certa, certissima che gli ostacoli economici non siano i più forti, siamo nell’epoca di maggior benessere diffuso dell’umanità. Ognuno di noi ha almeno un nonno che invece ha portato vestiti di quinta mano e scarpe dei fratelli troppo strette. E se la ricetta contro il calo demografico non ce l’ho, sono però sicura che sia una questione prima di tutto culturale. E il cuore del problema è nel pansessualismo nel quale viviamo immersi, certi come siamo di avere il diritto di vivere ogni esperienza seguendo le nostre emozioni, separando però la sessualità dalla possibilità di dare la vita, se non quando saremo noi a deciderlo. Questo, che la mentalità contraccettiva ha messo nelle nostre mani, è un potere troppo grande per noi. Non c’entra niente il peccato, il giudizio, la morale. C’entrano le decine e decine di amiche che vedo soffrire perché hanno vissuto la loro sessualità in modo emotivo e non consapevole. Per questo ben venga il fertility day (magari anche con un altro nome, volendo) se serve a far capire anche a una sola donna quale privilegio è in lei.

No invece a un’educazione all’affettività a scuola, che non fa che veicolare un’idea poverissima della sessualità. I rapporti buoni, secondo quanto si insegna nelle scuole, sono quelli in cui ci si rispetta (il sesso scatena in verità il senso di possesso, altro che rispetto; l’amore è il più violento e meno rispettoso dei sentimenti), non si prendono malattie, e non inizia una gravidanza (i miei figli vanno nelle scuole pubbliche, e so di che parlo). Non importa se a tredici anni un bambino è totalmente immaturo per amare veramente una persona, e dirle con tutto il suo corpo “ci apparteniamo”.

Contro il calo demografico dunque ben vengano tutte le misure economiche e la stabilizzazione del precariato, ma prima di tutto proponiamo modelli alti e appassionanti ai ragazzi. Intanto, no all’educazione all’affettività a scuola, dove con la scusa di dire no al bullismo e alla violenza di genere si insegnano rapporti umani impoveriti e veramente rischiosi: tra tutti i rischi che corre un ragazzo che ha rapporti sessuali precoci mi sembra sinceramente che quello della gravidanza sia tra i meno gravi, perché la gravidanza insegna la responsabilità, e senza responsabilità non c’è la persona.

Non pretendo che tutti i genitori la pensino così, ma a me sembra chiaro che a dei bambini non si debba spiegare l’uso del preservativo. Che si lasci la cosa fuori dalle scuole, che già dovrebbero avere il loro da fare a insegnare l’italiano a una generazione incapace di concentrarsi (altra parentesi chilometrica meriterebbe l’epidemia occidentale di disturbi dell’attenzione, dislessia, discalculia, disgrafia). Perché dunque qualcuno che la pensa in modo diametralmente opposto al mio – un pensiero che io vedo produrre intorno a me solo infelicità – deve insegnare nella scuola dell’obbligo una materia curriculare, a cui cioè i miei figli non possono sottrarsi, e per la quale probabilmente non mi verrà neanche chiesto di firmare un consenso? (Su questo stiamo aspettando da tempo le linee guida di applicazione della buona scuola).

Contro il calo demografico, per concludere, non togliamo ore preziose all’insegnamento per parlare di pillola (mai una volta che i metodi naturali vengano citati sui libri di biologia delle scuole, e qui ci sarebbe un altro ampio capitolo sull’ignoranza generale del tema): facciamo piuttosto innamorare gli uomini di domani della grandezza, della responsabilità, del desiderio, di Dante, della sua visione del mondo così certa, di quella tragica di Tolstoji, mettiamo in loro la nostalgia di un destino alto, diciamo loro che saremo al loro fianco, che non abbiano paura di vivere senza preservativi, perché prendersi responsabilità è quello che li renderà uomini e donne.

Fonte: Il Foglio