A partire dal 1939, la neutralità tenacemente perseguita e difesa da Salazar trasformò il Portogallo in qualcosa di unico, il solo porto da cui poter lasciare regolarmente un continente dove i carri armati della Wehrmacht sembravano inarrestabili. L’americano Frederic Prokosch, che vi era arrivato dalla Francia in cerca di un imbarco per New York, finì per restarvi due anni. Andava a Guincho, che oggi è il paradiso dei surfisti, giocava al casinò di Estoril, cenava a Lisbona, frequentava la colonia degli inglesi di Sintra e intanto scriveva. The Conspirators (1943) è la storia di un profugo olandese antinazista che cerca lì l’uomo che l’ha tradito: «Perché anche qui gli uomini erano in guerra. Una guerra senz’armi. Una guerra di ragionamenti, tradimenti e segreti». L’inglese Cecil Beaton trovò che la già citata Sintra, il buen retiro dei suoi connazionali, aveva «una stupefacente quantità di fuochi d’artificio architettonici» e quanto al francese Antoine de Saint-Exupéry, che andava negli Stati Uniti non volendo stare né con Pétain né con de Gaulle, la capitale portoghese gli fece l’effetto di chi «allo zoo guardi i superstiti di un specie estinta, lo stesso sentimento d’angoscia, un paradiso triste».

Qualcosa del genere lo dovette provare Erich Maria Remarque (1898-1970), un tedesco che nel suo Paese non poteva più tornare, che in Svizzera non si sentiva più al sicuro e che negli Stati Uniti riponeva le sue speranze di salvezza. Se ne andò proprio all’inizio della Seconda guerra mondiale e La notte di Lisbona , il suo ultimo romanzo, idealmente nacque allora, anche se uscirà vent’anni dopo, nel ’63, meditazione-testimonianza sul disincanto dei vinti e dell’esodo come unica soluzione, e insieme messa in scena di quella fuga dall’Europa in cui ciascuno faceva banda a sé, la ricerca di una nave come un’arca ai tempi del diluvio, di una terra promessa, un’America-monte Ararat per raggiungere la quale si sarebbe sopportata qualsiasi cosa.

Adesso che Neri Pozza lo ripropone nella classica traduzione di Ervino Pocar rivista da Chiara Ujka (pagg. 269, euro 15) e lo fa in un’epoca di migranti in fuga, emergenza profughi e clandestini, commercio di uomini e affarismo senza scrupoli, il libro assume una valenza tutta sua e particolare, specchio di un altro esodo dove l’Europa è un punto di arrivo e non di fuga, una catastrofe umanitaria che il Vecchio continente non sa bene come affrontare, fra sensi di colpa, globalismo d’accatto, ponziopilatismo politico che scarica sull’anello più debole della catena, l’Italia, responsabilità, costi e decisioni che dovrebbero essere unitarie. «A quel tempo l’uomo non era nulla, un passaporto valido per tutto», scriveva Remarque, «costretto a dissanguarsi nel groviglio dei rifiutati visti d’entrata e di uscita, degli irraggiungibili permessi di lavoro e di soggiorno, dei campi d’internamento, della burocrazia, della solitudine, della terra straniera, e dell’orribile indifferenza generale di fronte alla sorte dei singoli, la quale è la solita conseguenza della guerra, della paura, della miseria». Niente di nuovo sul fronte occidentale verrebbe da dire, facendo il verso al titolo del suo romanzo più famoso.

La notte di Lisbona comincia così, con un profugo a cui mancano il permesso d’entrata negli Stati Uniti e i soldi per il viaggio, e un altro profugo che ha gli uni e gli altri, ma non sa più che farsene: sua moglie è morta proprio quando la speranza di un imbarco era divenuta una certezza e per lui partire ha perso qualsiasi significato. Se vuole, gli dice, può prendere gratis il suo posto, a patto però che per quella notte lo stia ad ascoltare, non lo lasci solo. Comincia così, dunque, fra bar da dove si può vedere Lisbona, «le chiese pallido bagliore, le strade illuminate, il porto, i bacini di carenaggio e la nave che pareva un’arca», con Schwarz, «non è il mio vero nome, ma quello che ho nel passaporto», che racconta; con un altro profugo senza nome, Schwarz anche lui, in fondo, perché ne prenderà l’identità, ovvero il falso-vero documento che la attesta, che lo ascolta. È una storia di amore più che una storia di vessazioni: «Essere vittima non è interessante. Lui o era ebreo o era stato iscritto a un partito politico avverso al regime dominante, o aveva nemici che a un tratto erano diventati influenti. C’erano dozzine di motivi per essere ficcati in un campo di concentramento o uccisi».

Costruito su un artificio retorico, una confessione-monologo in cui il deuteragonista funge da supporto tecnico per la necessaria struttura romanzesca, La notte di Lisbona è l’occasione per Remarque di tornare a temi a lui cari, l’eroismo della normalità, l’assuefazione al peggio a cui solo un soprassalto di dignità può impedire il definitivo annientamento dell’essere umano, l’indifferenza che può divenire complicità omicida. Schwarz e il suo anonimo confidente-ascoltatore non sono i primi fuoriusciti d’Europa: per restare al Novecento, la Grande guerra ha già visto l’emigrazione russa dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, ma «quindici anni di sventure offrono un mucchio di esperienza. Allora esisteva ancora compassione. Quando arrivammo noi, la compassione del mondo era esaurita da un pezzo».

Pagina dopo pagina, locale dopo locale, qualcuno infimo, qualcuno lussuoso, gli uni e gli altri comunque squallidi e dove spie, fuoriusciti, diplomatici, prostitute e piccoli e tronfi funzionari fanno da clientela, Remarque racconta l’impossibilità propria alla «semplice volontà di sopravvivere», il «gelo della solitudine» di un’esistenza da talpa nel sottosuolo: Schwarz torna in Germania, la Germania nazista che lo volle in carcere, per riappropriarsi della vita che gli è stata tolta, torna con l’idea confusa di riunirsi alla donna che fu costretto ad abbandonare, e lo fa pur sapendo che può essere la sua rovina. È un suicidio ideale il suo. Eppure i pochi mesi in cui riassaporerà «la sensazione della vita» saranno gli unici per i quali la vita gli apparirà degna d’essere vissuta.

Fonte: Il Giornale