Per capire da quale inferno siano uscite le belve del Bangladesh che hanno massacrato dieci italiani e altrettanti ostaggi nel nome dello Stato islamico basta seguire i soldi e l’istruzione.

I soldi sono i petroldollari sauditi che da almeno 40 anni si riversano a fiumi in questo Paese da 171 milioni di abitanti al 90 per cento musulmani. Sul fronte dell’istruzione il vero «buco nero» capace di alimentare e sostenere quel bacino fondamentalista in cui si formano gli adepti dello Stato Islamico sono le quomi, le madrasse islamiste totalmente sottratte al controllo governativo, dove oltre un milione e mezzo di studenti, pari a circa il 34 per cento della popolazione scolastica, viene educato all’odio e al fanatismo.

Ma le scuole islamiste, frequentate a costo zero dalla popolazione più povera, non potrebbero reggersi se dietro non vi fosse un circuito politico ed economico capace di garantire i sovvenzionamenti e le donazioni indispensabili a farle funzionare. L’inizio di tutto è ovviamente la guerra civile che nel 1971 porta all’indipendenza del Bangla Desh dal Pakistan con l’appoggio dell’India. Da quel momento i sauditi iniziano, anche con l’aiuto dei servizi segreti pakistani, una penetrazione economico religiosa rivolta a rafforzare lo Jamiat i islami, il partito d’ispirazione islamico radicale che durante la guerra civile si batte contro la secessione dal Pakistan. Il primo passo lo compie l’ambasciatore saudita Fuad Abdullah Al Khatib fondando nel 1975 l’Islami Bank of Bangladesh Ltd (Ibbl). L’istituto, controllato al 60 per cento da imprenditori e istituzioni saudite, diventa nell’arco dei decenni il cuore di una galassia economico religiosa che da lavoro a 600mila militanti dello Jamiat e contribuisce allo sviluppo di altri 14 istituti bancari utilizzati soprattutto per sponsorizzare progetti agricoli e conquistare consensi nelle campagne. Oggi la Ibbl, oltre ad aver garantito allo Jiamiat islami proventi per oltre 12 miliardi di dollari, è considerata una delle tre più importanti e ricche banche dell’Asia Meridionale. Un vero e proprio colosso finanziario attorno a cui ruota una rete economico finanziaria a cui fa capo oltre l’8 per cento di tutte le attività economiche del Bangla Desh.

A radicalizzare l’area islamista creando un clima di scontro contribuisce anche la politica del governo controllato da quella Lega Popolare capofila nel 1971 della lotta per l’indipendenza. Nel 2013, l’esecutivo controllato dalla Lega popolare non ha esita a metter fuori legge lo Jiamiat islami e condannarne a morte alcuni leader accusati per i crimini di guerra commessi oltre 40 anni prima. L’Isis non avrebbe, comunque, potuto metter radici se nel Paese non si fosse sviluppata una larga componente fondamentalista composta soprattutto da alunni ed ex alunni formatisi nelle madrasse radicali. In queste scuole religiose un milione e mezzo di studenti imparano e approfondiscono le tesi wahabite e salafite, ovvero la varianti radicali dell’Islam professate non solo dai sauditi o dai religiosi del Qatar, ma anche dai terroristi dello Stato islamico e di Al Qaida.

A garantire il finanziamento e il sostegno di queste vere e proprie boutique della jihad contribuiscono da una parte i fondi generati dal circuito economico controllato dallo Jiamiat islami e dall’altra le donazioni provenienti da decine di organizzazioni non governative basate in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait. Soldi diventati il vero seme dell’odio che ha mosso le bestie entrate in azione venerdì sera.

Fonte: Il Giornale