Com’è il mondo secondo Teheran? Lo chiederemo al presidente Hassan Rohani, oggi in Italia per una visita di tre giorni in cui incontra i vertici della Repubblica, quelli industriali e del mondo degli affari. È la sua prima visita in Europa, anticipa Parigi, seconda tappa del suo tour nel continente, e sarà ricambiata da un invito al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che potrebbe essere il primo capo di governo europeo a visitare Teheran. Aspetti non solo formali, ma di sostanza: «L’Italia per noi è il Paese in Europa più importante», ha dichiarato più volte Rohani, e non è – come vedremo – una dichiarazione di cortesia, ma qualche cosa di profondamente sentito, di concreto per i nostri interessi economici e con qualche aspetto personale che ci sorprenderà.

La sua visita fu rinviata nel novembre scorso per lo spaventoso attentato di Parigi, ma adesso coincide con l’applicazione dell’accordo sul nucleare e la fine delle sanzioni: si tratta del più importante evento politico per la Repubblica islamica e nel Golfo dell’ultimo decennio con conseguenze rilevanti per gli equilibri del Medio Oriente, ricadute strategiche nei conflitti in corso nel Levante e riflessi consistenti per l’economia e i rapporti commerciali internazionali.

Con Rohani, 67 anni, arriva a Roma, la città del Papa che visiterà in Vaticano, un uomo con il turbante, un musulmano sciita che ha compiuto i suoi studi teologici a Qom, un rivoluzionario della prima ora, – accompagnò l’imam Khomeini in esilio in Francia nel 1978 – ma anche un signore con un dottorato in giurisprudenza ottenuto a Glasgow, che parla diverse lingue, un esponente di primo piano di quella classe dirigente e di combattenti, allora molto giovane, che hanno guidato l’Iran quando fu attaccato di sorpresa negli anni 80 dall’Iraq di Saddam Hussein, un politico che ha attraversato tutte le ribollenti fasi della scena iraniana e che già nel 2003, sotto la presidenza di Mohammed Khatami, aveva avanzato concrete proposte agli Stati Uniti per un accordo. È un conservatore moderato che ha il sostegno dei riformisti e soprattutto quello della Guida suprema Ali Khamenei, ultima istanza e ago della bilancia del potere nella Repubblica islamica.

La sua biografia coincide con quella di un Paese che negli ultimi trent’anni è cambiato e molto cambierà ancora. Gli iraniani, con una popolazione di 80 milioni, al 50% sotto i 30 anni e una generazione di giovani nati dopo la rivoluzione islamica del ’79, non sono mai stati davvero segregati dietro a una cortina di ferro e si sono sempre tenuti al passo con il mondo, superando le censure di internet, le sanzioni e un sistema repressivo e iper-controllato: il 60% dei laureati sono donne, una percentuale non riscontrabile da nessuna parte della regione. La fine di gran parte delle sanzioni solleva grandi attese non solo per gli affari, ma anche per le aspettative culturali di un popolo che ha 2.500 anni di storia, parla una lingua, il farsi, che è quella della grande poesia e dell’epica dell’Impero persiano, che vuole distinguersi dal resto del Medio Oriente.

L’Iran torna ad avere mano libera per aspirare al ruolo di superpotenza regionale. Che cosa significhi lo abbiamo constatato nel recente confronto con l’Arabia saudita, esploso dopo la decapitazione di 46 persone tra cui l’imam sciita Al Nimr. L’Iran rappresenta la roccaforte dell’identità persiana e dello sciismo, l’Arabia Saudita si sente il baluardo del mondo arabo sunnita.

Ma ora con la fine di una parte delle sanzioni sono tutti ventre a terra per fare affari con Teheran. Secondo l’Economist, nei prossimi dieci anni il Pil iraniano potrebbe superare quello di sauditi e turchi. Le potenzialità sono enormi: è il secondo Paese al mondo per le riserve di gas, il quarto per quelle di petrolio, possiede un apparato industriale che produce la maggior parte delle auto del Medio Oriente, è il più importante produttore di acciaio e vanta un settore tecnologico tra i più avanzati della regione che si aspetta ovviamente di fare un salto ulteriore con la fine delle sanzioni.

Con l’Iran si fanno gli affari non la guerra, e anche per l’Italia è una buona notizia. Il nostro Paese ha visto sfumare miliardi di export per l’embargo a Teheran, da aggiungere alle enormi perdite della Libia. Un conto salato: punti di Pil, ma anche costi umani, vittime, profughi e svantaggi strategici che paghiamo con un indebolimento della proiezione all’estero. Ecco perché conquistare la prima fila in Iran non è banale.

Quella tra l’Italia e l’Iran è una lunga storia d’amore e di interesse. Dai tempi di Marco Polo che sedusse una principessa iraniana per portarla in sposa all’imperatore della Cina, fino alla grande foto di Enrico Mattei dai riverberi color seppia che ancora sorride negli uffici di Teheran della Nioc, la compagnia petrolifera di Stato. Come raccontano i libri di storia iraniani, il presidente dell’Eni, considerato un eroe da affiancare al primo ministro Mossadeq, voleva fare concorrenza alle Sette Sorelle. Il patron dell’Eni favorì persino il fidanzamento tra lo Shah Mohammed Reza Pahlevi e Maria Gabriella di Savoia, ma questo grandioso lasciapassare ai pozzi petroliferi sfumò quando l’Osservatore Romano condannò le possibili nozze tra una cattolica e un divorziato, per di più musulmano. Ora, a quanto pare, un matrimonio tra un italiano e un’iraniana importante è stato celebrato, ma – se vorrà – sarà lo stesso Rohani a raccontarcelo.

Fonte: IlSole24Ore