Avanti un altro. Fino a ieri tra le ex spie transitate dal mondo oscuro dei complotti al palcoscenico della politica annoveravamo il presidente russo Vladimir Putin, il suo ex omologo americano George Bush padre e l’ex ministro israeliano Tzipi Livni.

Con una menzione d’onore, seppur con il beneficio del dubbio, per un Angela Merkel sospettata, in gioventù, di contatti ravvicinati con l’intelligence della Germania comunista. Ora nella galleria delle ex barbe finte s’accomoda anche Mahmoud Abbas alias Abu Mazen, il grigio presidente palestinese succeduto al mercuriale ed ambiguo Yasser Arafat. Ma cosa lega l’incolore talpone palestinese reclutato, probabilmente, durante gli studi all’Università Patrice Lumumba di Mosca ad un presidente come George Bush con un passato da direttore della Cia?

E cos’hanno in comune un ex ministro israeliano come Tzipi Livni, reclutata ventenne dal Mossad ed un Putin entrato a 23 anni nella scuola 401 del Kgb di Okhta? Niente verrebbe da dire seguendone le carriere dopo i peccatucci di gioventù. Eppure proprio in quella macchia si cela il segreto dei futuri successi. L’incolore banalità appresa da Mahmoud Abbas nel grigio mondo sovietico è il segreto della sua sopravvivenza alla corte di una «mantide» come Arafat, abituato a divorare i collaboratori sospettati di fargli ombra. Solo un Abbas senza qualità può restargli accanto fino alla morte sfruttando al meglio la propria apparente o genuina mediocrità. Tutto l’opposto di Tzipi Livni, l’entusiasta rampolla sionista che dopo il servizio militare entra nel Mossad e vola a Parigi dove, per quattro anni, insegue per mezza Europa i militanti palestinesi coinvolti nella strage di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Una caccia in cui la ventenne Tzipi non è un comprimario, ma un agente operativo addestrato a infiltrarsi negli ambienti della diaspora palestinese e a conquistarsi la fiducia delle proprie prede.

Proprio questa spregiudicata e sopraffina ambiguità la trasformerà nella più potente politica israeliana dopo Golda Meir capace d’inanellare otto diversi incarichi ministeriali tra cui quello di vice premier e di responsabile degli esteri. Per non parlare dei colloqui con un Mahmoud Abbas di cui conosce sicuramente il passato, ma con cui intreccia i negoziati più intensi dalla scomparsa di Ariel Sharon in poi. Ma anche la lungimiranza di George Bush padre che, a differenza del figlio abbandona l’Iraq dopo il duro colpo inferto nel 1991 a Saddam, è sicuramente frutto dell’esperienza a Langley. Tra le motivazioni che spingono un ex-talpa ad abbandonare il mondo oscuro dei servizi per destreggiarsi sugli abbaglianti ed oltremodo esposti palcoscenici della politica non manca, però, un’inevitabile voglia di rivalsa personale. Addestrati a mescolare apparenza e realtà, verità e disinformazione a tutto vantaggio di governanti e politici che li considerano pedine sacrificabili gli agenti più intelligenti e alla Livni è attribuito un quoziente intellettivo da 150 punti – coltivano l’inconfessabile segreto di prenderne il posto.

Nel caso di Vladimir Putin ci riescono anche sfruttando al meglio le tecniche di freddezza e concentrazione apprese in servizio. Se il suo addio al Kgb arriva dopo la frustrante esperienza di Dresda, dove il 3 dicembre 1989 fronteggia una folla pronta a linciarlo, a sorreggerlo – nei momenti più impegnativi – contribuisce il ferreo addestramento dei primi anni. Anni in cui gli agenti più promettenti devono confrontarsi in devastanti partite a scacchi condotte all’interno di stanze sauna con temperature intorno ai 70 gradi o in frigoriferi dove si gioca a meno 40. E proprio la capacita di concentrazione appresa in quella partite al limite rappresentano, secondo la leggenda, il vero segreto di un Presidente russo capace di scegliere la mossa più efficace nei momenti in cui altri leader mondiali si lasciano trascinare dalle emozioni o dalle circostanze del momento.

Fonte: il Giornale