Dopo oltre 300mila vittime, sette milioni di sfollati e migliaia di rifugiati che partono per l’Europa alla ricerca di un futuro migliore, la guerra siriana è ormai entrata nel suo quinto anno. La situazione sul campo continua a segnare uno stallo che sembra senza uscita eppure, in queste settimane, qualcosa sembra si stia muovendo. Ne parliamo con Alberto Negri, inviato de Il Sole 24 Ore e testimone sul campo di tutte le guerre degli ultimi 30 anni. Attraverso una lucida analisi degli obiettivi statunitensi in Medio Oriente, degli interessi finanziari esercitati dalle monarchie del Golfo in Occidente e una severa critica alle “guerre senza senso” degli ultimi anni, Negri fornisce le coordinate per orientarsi in questa “guerra per procura tra le potenze regionali cui hanno contribuito attivamente anche gli americani” e gli europei.

L’offerta del Cremlino di costituire un coalizione internazionale contro lo Stato Islamico è stata, forse troppo precipitosamente, respinta dall’Occidente che, allo stato attuale dei fatti, non sembra avere ancora una strategia. Mercoledì il generale americano Lloyd J. Austin, il capo del Central Command dell’Esercito americano ha informato il Congresso che solo 4 o 5 dei primi 60 ribelli addestrati dagli Usa per combattere contro lo Stato Islamico sono al momento in Siria. Non è arrivato il momento di negoziare con Putin considerando che l’intervento russo fa comodo a tutti, americani compresi, preoccupati dal collasso di Assad?
Sarebbe il caso di negoziare se, come in tutti i grandi drammi, non circolasse, come sempre, una buona dose di propaganda. Gli Stati Uniti stanno cercando di giustificare una eventuale svolta in Siria, che comprenda anche un negoziato, un accordo, un’intesa con la Russia di Putin, e questo lo evinciamo dalle notizie diffuse dai giornali americani. La Casa Bianca, il Pentagono e lo stesso Congresso non sarebbero stati informati correttamente sulla situazione sul campo. In realtà non c’è stata nessuna manipolazione. Gli Stati Uniti sanno perfettamente qual è la situazione sul campo nella lotta al Califfato: circa il 60-70% dei raid si concludevano con un nulla di fatto. Basta vedere quello che accade in Iraq dove ci sono città delle dimensioni di Mosul o Ramadi ancora nelle mani del Califfato.
Qualcuno ha condotto un’offensiva? Sono gli americani che dovrebbero sostenere un’offensiva per la quale il governo di Baghdad non ha né i messi né le forze. Quando la situazione sul terreno è questa bisogna chiedersi quali siano gli obiettivi. Gli Stati Uniti non avevano nessuna intenzione di fare la guerra al Califfato e dare così una mano ad Assad che volevano già bombardare nel 2013.

Allora qual è l’obiettivo degli Stati Uniti?
L’obiettivo degli Stati Uniti è quello che avevano già negli anni ’80 con l’Iran e con l’Iraq: non assegnare la vittoria a nessuna delle parti in campo, sunnita o sciita che sia, ma tenere un bilanciamento delle forze che in qualche modo confermi una situazione di stallo. Sono le tattiche americane del doppio contenimento, tattiche che però a volte sono destinate a deragliare, come avvenuto in Medio Oriente e che, ci porteranno, in dote, dal Levante, altri profughi.
Quando si parla di Assad, bisogna tenere a mente che né i russi né gli iraniani vogliono tenere a tutti i costi il presidente siriano al potere. Mosca e Teheran sarebbero ben disposte a negoziare un’uscita di scena di Assad ma nel quadro di una cosiddetta transizione ordinata, una cosa che hanno già detto molte volte negli ultimi due o tre anni. Cosa vuol dire transizione ordinata: un’uscita di scena di Assad ma non la fine del regime, la fine dei vertici militari o dell’Esercito siriano. Un punto che non è stato interamente accettato né dagli Stati Uniti, né in parte dagli europei né dai loro, controversi, alleati.

In poche parole Lei sintetizza perfettamente la parabola della guerra siriana: “un conflitto civile diventato quasi subito una guerra per procura tra le potenze regionali cui hanno contribuito attivamente anche gli americani”. Oltre agli enormi interessi geopolitici delle parti coinvolte e quelli relativi al controllo dei flussi del gas, spiccano gli interessi finanziari occidentali così intrecciati alle monarchie del Golfo.
Pongo questa domanda ai lettori: perché questi paesi non accolgono un profugo? Questi Paesi oggi ci “pagano” in termini di commesse militari e civili, di acquisto di bond, e quindi del nostro debito, di partecipazioni commerciali e industriali nelle imprese europee e occidentali per accogliere i rifugiati. Sono questi i veri interessi oggi. L’integrazione del mondo sunnita, soprattutto di quello meno democratico, è innervato profondamente negli interessi occidentali. È a causa di questi interessi che gli Stati Uniti e l’Europa non potranno mai condurre una politica davvero bilanciata in Medio Oriente. Siamo disposti ad avere meno posti di lavoro, meno investimenti, meno soldi pur di sganciarci da queste autocrazie di famiglia? Ne dubito. Guardiamo alla Francia, ad esempio. Hollande è stato l’unico capo di stato occidentale ad essere invitato, quest’anno, a un vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo. La Francia ha appena venduto impianti nucleari e armi a Riad. Parigi ha mollato persino il Qatar pur di vendere ai sauditi. Questi sono gli interessi veri, i più forti, quelli veramente determinati: il capitale finanziario che questi paesi investono nelle nostre economie.

Nel suo articolo dell’11 settembre, ha scritto che “l’Occidente non è ancora uscito dalla macchina infernale delle guerre senza senso innescata dagli attentati dell’11 settembre 2001”. Parla di “guerre senza obiettivo politico”: Iraq 2003, Libia 2011. Qui si innesta anche il problema dei profughi. Seguendo a ritroso il percorso di queste masse di persone vediamo che partono da paesi che gli Stati Uniti e l’Europa, con i loro alleati regionali, hanno contribuito a destabilizzare senza poi lavorare ad una ricostruzione. Non interferire negli affari di paesi sovrani può essere un primo passo per la soluzione al problema dei profughi?
Ero nell’ufficio di Tareq Aziz a Baghdad quando il Segretario di Stato americano, Colin Powell, fece il famoso discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 5 febbraio, agitando la famosa fiala per provare al mondo intero l’esistenza della cosiddetta “smoking gun”, la pistola fumante, la falsa prova che gli americani esibirono sulla presenza di armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam Hussein. Aziz non alzò mai lo sguardo verso la diretta della CNN. “Ci faranno la guerra anche se consegnassimo fino all’ultimo dei nostro kalashnikov”.
Negli ultimi 35 anni, dalla guerra in Afghanistan, abbiamo vissuto dentro ad uno schema americano finalizzato non a costruire un nuovo ordine in Medio Oriente, come è stato detto, ma a perseguire due obiettivi: il contenimento dell’Urss prima e della Russia poi e la frammentazione degli Stati arabi della regione in modo che non ci potesse essere nessuna potenza militare, economica mediorientale che potesse essere concorrente di Israele e degli alleati arabi degli Stati Uniti. Questi sono i due obiettivi a cui tutto è stato subordinato, compresa l’intera cancellazione di nazioni come l’Iraq e la Siria. Di fronte a questa strategia ben chiara, l’Europa è disarmata perché non è stata capace di intervenire per frenare questa disgregazione e, addirittura, come nel caso della Libia e dell’Iraq, l’ha avallata e vi ha partecipato. Tutto quello che ci sta arrivando addosso sono gli effetti delle guerre e della destabilizzazione che abbiamo seminato, insieme agli Stati Uniti, in tutta l’area mediorientale e ai nostri confini.

Sempre sulle contraddizioni occidentali, passiamo alla Turchia e al capitolo curdi. Dopo averli appoggiati in funzione anti-Isis, l’Occidente gli ha voltato le spalle. Lo “zelo” della Turchia nell’accelerare la scomparsa di Stato islamico è motivato principalmente dal desiderio del presidente Erdogan di annullare la vittoria alle urne del partito HDP che ha ottenuto il 13% dei voti in un’elezione, quella dello scorso giugno, che ha visto l’AKP perdere la sua maggioranza assoluta in Parlamento per la prima volta in oltre un decennio. La Turchia sta essenzialmente usando una finta campagna contro lo Stato islamico per giustificare un nuovo conflitto con il Pkk, colpendo in realtà tutto il movimento curdo e anche il partito politico Hdp. Qual è il quadro a un mese e mezzo dalle elezioni del 1° novembre?
L’obiettivo di Erdogan, com’è noto, è l’HDP ma i sondaggi, per ora, non danno ragione al presidente turco. Vedremo cosa succederà da qui al primo novembre ma le elezioni sono già ipotecate, nella loro regolarità, da quanto accade nell’Anatolia del sud-est, il cosiddetto Kurdistan.
C’è però un altro aspetto da sottolineare, le conseguenze politiche delle recenti mosse di Erdogan. La decisione del presidente turco di sospendere la tregua e aprire le ostilità con il PKK e i curdi ha prodotto il ritorno in primo piano dei militari, quelle Forze Armate emarginate dalla politica e messe sotto processo proprio dall’unico – almeno finora – burattinaio della politica turca. Adesso però Erdogan ha bisogno dei militari per condurre questa guerra e il loro ritorno sulle scene rischia di condizionare le mosse del presidente. Riprova è che la stessa retorica politica del partito AKP è cambiata. Mentre prima l’accento era posto sull’aspetto neo-ottomano, sul panislamismo, oggi si è tornati al nazionalismo. Il ritorno sulla scena dei militari determina un’altra svolta nella politica interna turca, un politica già fortemente condizionata – in senso antidemocratico – dalle mosse di Erdogan che mira a riprendersi il monopolio della politica turca e diventare il leader incontrastato del paese. In questo quadro di politica interna si innesta una situazione di doppio conflitto, uno più convinto con il PKK e uno meno convinto contro l’Isis, con il paese che vede ancora di più restringersi e assottigliarsi le sue chances di cambiamento democratico. In questo senso, le elezioni del primo novembre sono in qualche modo decisive.

Intervista di Mara Carro

Fonte: L'Antidiplomatico