In politica estera gli Stati non hanno amici ma soltanto interessi, diceva Henry Kissinger. L’incontro a Istanbul tra il presidente russo Putin ed Erdogan, il leader di un Paese membro da 60 anni della Nato, sembra obbedire ai principi più ferrei della realpolitik. È la seconda volta che avranno un faccia a faccia dopo la visita a San Pietroburgo di Erdogan il 9 agosto scorso che sancì la piena ripresa dei rapporti: i due si erano insultati a sangue quando nel 2015 l’aviazione turca aveva abbattuto un caccia russo Sukhoi. Ma gli interessi tra Russia e Turchia prevalgono nettamente sui princìpi e sono di natura strategica, politica ed economica. Questo meeting forse può segnare una svolta in Medio Oriente ma anche nei rapporti tra la Turchia, gli Stati Uniti e l’Europa. I principali temi di discussione saranno gli eventi in Siria e in Iraq e i progetti di cooperazione nel settore energetico, tra cui la costruzione del gasdotto Turkish Stream e quella di una centrale nucleare. La pipeline riveste un grande importanza politica oltre che economica per Mosca: aggira l’Ucraina e approda nella Tracia turca, può quindi convogliare il gas in Grecia e distribuirlo nell’Europa meridionale, Italia compresa. Il gasdotto è stato osteggiato dagli Stati Uniti che hanno esercitato enormi pressioni su Ankara e su Bruxelles che doveva farsi perdonare dagli americani il via libera alla pipeline della Russia con la Germania. Alla vigilia il più ottimista è apparso il ministro dell’Energia russo Aleksander Novak secondo il quale siamo ormai alle battute finali. La Russia è già il maggiore fornitore di gas ed energia della Turchia, una posizione che si rafforzerà se verrà costruita dai russi anche la centrale nucleare di Akkuyu, nella provincia meridionale di Mersin.

E veniamo alla Siria. Come possono trovare un accordo due Paesi che stanno su fronti opposti? La Turchia, con il sostegno dei sauditi e delle monarchie del Golfo, appoggia l’opposizione e i jihadisti cui Erdogan in questi anni ha aperto al confine l’“autostrada” per abbattere il regime di Assad. La Russia sostiene Damasco e ha appena sancito con un voto della Duma che resterà in Siria con le basi militari e i missili a “tempo indeterminato”: il che significa che sarà Mosca a decidere con l’Iran come e se ci sarà una transizione in Siria. Erdogan è realista e non ha scrupoli, come del resto tutti gli altri protagonisti del massacro mediorientale. Il presidente turco nei fatti riconosce a Putin il ruolo di principale interlocutore per il Medio Oriente ma anche per le questioni europee. Ankara è ai ferri corti con Washington per il supposto ruolo di copertura offerto dagli americani al presunto autore del tentato golpe del 15 luglio, l’imam Fethullah Gulen, per il quale è stata richiesta l’estradizione dagli Usa. Mentre Putin è stato il primo leader mondiale a telefonare a Erdogan dopo il colpo di stato fallito. Ma soprattutto i turchi, dopo avere ottenuto dagli Usa di poter bastonare i curdi siriani, vogliono essere protagonisti della battaglia di Mosul contro l’Isis, altro capitolo dello scontro sciiti-sunniti, come ha appena ribadito Erdogan che non ritira le sue truppe dal territorio iracheno, imbarazzando ulteriormente Washington e aumentando la tensione con Baghdad.

Quindi questa coppia di leader, assai diversa ma molto simile per i tratti autocratici, potrebbe tentare un accordo su Aleppo e la Siria del Nord per la spartizione in zone di influenza. L’obiettivo principale di Erdogan è far fuori i curdi siriani, appoggiati finora dagli Usa, ed evitare che ai confini nasca una regione o uno stato autonomo curdo. Putin può in cambio chiedere a Erdogan di ritirare i jihadisti da Aleppo e mettere fine all’assedio. E qui sta il grande gioco geopolitico. Putin vorrebbe che Assad espugnasse Aleppo per poi proclamare il cessate il fuoco e aprire un tavolo per ridisegnare i nuovi confini siriani dove Mosca si garantirebbe il controllo sulla fascia costiera della Siria realizzando così il sogno degli Zar di avere finalmente accesso ai mari caldi. Ankara punta all’area turcomanna in Siria che lambisce le province di Latakia, Idlib e Aleppo, per ritagliarsi un’area d’influenza. In questo negoziato tra la Russia, la Turchia e i loro alleati regionali sulla pelle dei siriani e dei civili, c’è un gioco ancora più grande. Mosca intende indebolire l’espansione della Nato, di cui la Turchia è parte integrante, Erdogan ha interesse a un accordo con Putin perché non si fida più degli Stati Uniti e ha scelto l’Islam politico come futuro per il suo paese, di fatto chiudendo le porte anche all’ingresso nell’Unione Europea, che il presidente turco ormai usa solo come scusa per alzare la posta in gioco.

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