Le riforme, utili o dannose che siano, non basta annunciarle: occorre attuarle, altrimenti non si possono giudicare. Matteo Renzi, invece, è convinto che sia sufficiente promettere dei cambiamenti per ottenere consensi. E il brutto è che i fatti gli danno ragione. Più parla al microfono, definendo radioso il futuro del Paese, e più applausi riceve dal popolo, talmente stanco dell’immobilismo della politica da accontentarsi che il premier non stia fermo un attimo con la lingua. In certi casi il suo dinamismo lessicale suscita perfino entusiasmo. Bisogna riconoscerlo. Ogni tanto, però, bisognerebbe tirare le somme e verificare se il giovin fiorentino abbia qualcosa d’altro oltre alla facilità di parola. Visto che non lo fa nessuno, ci proviamo noi. L’anno scorso, non appena insediatosi a Palazzo Chigi (sorvoliamo sul come), egli dichiarò spavaldo: entro l’estate sistemo tutto. Gli credemmo. Peccato che non sistemò un bel niente. Vabbè, pensammo, ci vuole pazienza. Ne abbiamo avuta tanta.

Ora sta per giungere un’altra estate (fa già caldo) e ancora nulla di concreto appare all’orizzonte; si constata che le strombazzate riforme non hanno prodotto alcunché di positivo, smentendo gli auspici di colui che le volle. Prendiamo il Jobs Act, parolaccia che poi significa «riforma del lavoro». Sembrava un toccasana, tant’è che lo stesso presidente del Consiglio, davanti a statistiche probabilmente fantasiose, ha detto gongolando: ecco, l’Italia riparte. In effetti, ballando uno zerovirgola in più di Pil, si è valutato un notevole incremento dell’occupazione. Illusioni. Una settimana appresso, contrordine compagni; oddio qualcosa è aumentato. Cosa? La disoccupazione. Ma vada in mona, Renzi, lei e la sua compagnia di giro pomposamente definita governo. D’altronde, non era mai accaduto che un provvedimento mutasse i destini del Paese in una manciatella di giorni. Attendiamo fiduciosi. Esaminiamo altre questioni affrontate dal premier al grido: sono risolutive! La legge elettorale, presentata quale panacea, che fine ha fatto, di grazia? Transeat . Veniamo all’abolizione del Senato. D’accordo che è una riforma porcata, ma almeno diteci a che punto è o se l’avete nascosta perché vi riempiva di vergogna. Dulcis in fundo, sed in cauda venenum : la cancellazione delle Province. Siete sicuri di averle soppresse sul serio? Non risulta. I ventimila dipendenti dell’ente «fucilato» per finta sono sparirti o alla ricerca di una collocazione dignitosa? Non c’è anima che risponda all’angoscioso interrogativo. Il sospetto è che Matteo Renzi, colto da furore della rottamazione, abbia decimato non soltanto i politici che gli erano antipatici o che lo disturbavano mentre concionava, ma anche i poveri impiegati provinciali indaffarati a girarsi i pollici. Ventimila desaparecidos sono troppi, non si possono dimenticare né continuare a retribuire ogni fine mese. Come mai non vengono riciclati negli enti sotto organico? Posto che per pagarli immaginiamo si usino denari degli italiani, sarebbe interessante che la grana della loro mobilità fosse dibattuta apertamente. I tribunali sono in cerca di personale cosiddetto ausiliario? Prelevatelo dai forzati (remunerati) della disoccupazione causata dalla stupenda riforma firmata dal Rottamatore. Perché il governo, specialmente il suo capo, non cessa una mezz’ora di blaterare allo scopo di dedicarsi al problema? Dica la verità. Non gliene frega niente. Ce ne ricorderemo alle urne, speriamo.

Fonte: Il Giornale