C’è un nuovo fantasma che si aggira in Europa, dopo quello del comunismo: la “propaganda russa”. Bisogna fermarlo. Con ogni mezzo. In verità, quanto ad alcuni “mezzi”, già sappiamo di che si tratta. Per contrastare la “propaganda” del “dittatore” Milosevic un missile della NATO venne sparato sul palazzo della tv di stato jugoslava, a Belgrado. Il risultato fu chirurgicamente perfetto, infatti la tv smise di fare propaganda. Ci fu qualche effetto collaterale (una quindicina di giornalisti e tecnici furono uccisi), ma in fondo anche loro erano strumenti della macchina propagandistica del “dittatore” e, dunque, andavano eliminati. Analoga operazione fu condotta a Kabul, all’inizio della guerra afghana, quando l’aviazione americana, “per errore”, bombardò la sede di corrispondenza di Al Jazeera. Allora quella tv araba non era ancora “libera”. Dopo quell’«errore» i suoi proprietari del Qatar capirono che dovevano cambiare linea e diventarono, saggiamente, “più obiettivi”.

Certo non è sempre possibile usare mezzi così sbrigativi. Ma li si può sostituire con qualche centinaio di valigie piene di dollari nuovi di zecca. Fanno meno morti e funzionano molto bene. Tuttavia il fantasma attuale è molto più insidioso. Federica Mogherini, istruita dai suoi uffici di Bruxelles, ha dato avvio alla controffensiva contro il fantasma.
Qui però sorge subito una domanda: come mai la propaganda russa funziona così bene da essere divenuta una minaccia?
E con quali mezzi si può ammazzare il fantasma?
Intanto c’è il dato dei rapporti di forza, che rende la faccenda davvero intrigante: infatti la potenza di fuoco dei mezzi di comunicazione occidentali è spropositatamente superiore. In pratica il migliore “asset” propagandistico a disposizione della Russia si chiama Vladimir Putin. Forse la cosa migliore è eliminare lui in persona. E non è escluso affatto (anzi è probabile) che a questo scopo stiano lavorando intensamente diversi e potenti uffici di Washington.
Ma ciò che si vede a occhio nudo è che centinaia di canali tv, privati e pubblici, in Occidente, lavorano senza sosta per diffondere i valori, appunto, dell’Occidente. Agenzie di stampa mondiali, giornali e riviste mainstream, radio, blogger, siti internet, incessantemente riproducono i punti di vista, le interpretazioni, le analisi dell’Occidente (e scrupolosamente solo quelle).

È mai possibile che non riescano a “sfondare” le menti dei sudditi? In realtà ci riescono benissimo. Ma non del tutto. E ciò nonostante i mezzi di cui dispone la Russia per raggiungere il grande pubblico occidentale e mondiale siano ridicolmente inferiori.
Sono molto pochi i canali russi che raggiungono il grande pubblico europeo e occidentale. E, quei pochi, come vedremo, sono ai primordi. C’è una radicale differenza di esperienza tra Occidente e Russia nel campo delle guerre informative moderne. Non va dimenticato che, al di là di ogni dubbio, uno dei principali strumenti attraverso i quali l’Unione Sovietica venne demolita fu proprio la superiorità informativo-comunicativa dell’Occidente, sotto l’egemonia dei raffinati metodi hollywoodiani di manipolazione e di affabulazione.

Al momento, e da non molti anni il Cremlino ha un solo strumento – oltre a Putin in persona – di livello e diffusione mondiale. È “Russia Today”, cioè “RT”. Attualmente trasmesso in tre versioni: inglese, spagnola, araba, tutte e tre satellitari e via web, cosa che ne definisce nettamente i contorni di potenza. Sono in programma la versione francese e quella tedesca, ma ancora non ci sono. Sottovalutare la loro influenza, in ogni caso, non sarebbe corretto. Sia la versione inglese che, ancora più, quella araba, sono ormai seguite da decine di milioni di persone e ormai gareggiano alla pari – per efficacia, stile, velocità esecutiva, occupazione di ampi spettri di notizie – con le reti occidentali.
Ma hanno tutte un tallone di Achille che le espone all’offensiva ideologica dell’avversario: sono “la voce del Cremlino”, vengono fatte “da Mosca”, sono statali, dunque non sono “obiettive”, sono cioè “propaganda”.

Questa l’accusa che tenta di squalificarle come “fonte inattendibile”. L’accusa funziona. Naturalmente se si pensa che i canali occidentali siano obiettivi, in quanto “privati” (come contrapposti a statali), cioè in quanto “liberi” (non sottoposti ad alcuna censura).
Questi sono gli assiomi, che, in quanto tali, non richiedono dimostrazione, ripetuti ossessivamente da decenni e che fanno parte dell’armamentario ideologico occidentale.
In realtà siamo di fronte a un apparato concettuale interamente falsificato, in quanto i canali privati sono niente affatto “liberi”, niente affatto “plurali”. E, sebbene non esistano in Occidente, visibili, uffici di censura, sappiamo perfettamente che essi sono numerosi, agiscono a diversi livelli: da quelli organizzativi-gestionali all’interno delle redazioni e nei rapporti tra la proprietà e gli esecutori; a quelli pubblicitari (soverchianti in tutte le direzioni); a quelli del ricatto occupazionale; a quelli della necessità di adeguarsi alle regole informative circostanti comunemente accettate. L’elenco è lungo e ogni giornalista o uomo di spettacolo è in grado di farselo da solo, se è onesto. Gli altri sono banalmente stipendiati per mentire.

Sappiamo altrettanto bene, da tempo, che i servizi segreti degli stati “importanti” agiscono sistematicamente e universalmente su – e con – tutti i mezzi di comunicazione di massa. Non è un segreto che la NSA, la CIA, lo stesso Governo statunitense, intrattengono rapporti ufficiali (e non ufficiali, legali e non legali) sistematici con le grandi corporations dei social networks, e esercitano un controllo in parte ufficiale, in parte segreto, su ognuno di questi strumenti. Conoscono il mestiere e lo esercitano da decenni con la massima efficacia. Inutile citare Edward Snowden e Julian Assange per portare le prove di quanto stiamo dicendo. È ormai pratica comune per queste agenzie la produzione di notizie false, di notizie mezze vere, di notizie fuorvianti, distraenti, l’uso di influencers, di bloggers ben finanziati, ecc. Come è ormai pratica comune l’uso dei social media come strumento di mobilitazioni di massa manipolate (le cosiddette rivoluzioni colorate).

In questo ambito la Russia attuale è indietro le mille miglia rispetto all’Occidente. Non è che non abbia tentato di recuperare il distacco, ma, oltre all’esperienza, manca il personale. E la teoria è comunque d’importazione. E c’è l’ostacolo formidabile della lingua. L’inglese è lingua universale, il russo non lo è. Funziona, relativamente, solo nel grande spazio che fu quello dell’ex Unione Sovietica, cioè circa 350 milioni di persone al massimo, ma non può assolutamente competere con l’inglese su scala intercontinentale.
È per questo che Putin ha lanciato RT nelle lingue principali dell’Occidente e, nel mondo, dove domina la lingua araba. Ma resta lo squilibrio incalcolabile tra questi tre canali e le migliaia di canali in mano all’avversario. Questo squilibrio ha “fatto la differenza” in tutta la seconda metà del XX secolo. Il “comunismo”, prima e “la Russia” poi sono diventati il “Nemico”, il “Pericolo”, la “Minaccia”, il “Male” per almeno tre miliardi di persone (non solo in Occidente, cioè, ma anche tra significative porzioni dei pubblici di Asia, Africa, America Latina) .

Recentemente il Cremlino ha cominciato a riorganizzare le proprie forze nel campo comunicativo. Oltre a RT sta lanciando “Sputnik”, la nuova voce della Russia che si propone di “parlare” al mondo in oltre 40 lingue diverse. Per questo è stata messa in piedi una nuova Agenzia informativo/propagandistica, “Rossija Sevodnia” che, in pratica, ha unificato tutte le fonti pubbliche precedenti (salvo la ITAR-TASS, ritornata però, in segno di sfida, al suo vecchio nome TASS che, tradotto, suona come Agenzia Telegrafica dell’Unione Sovietica). Ma, di nuovo, la sproporzione delle forze e degl’investimenti, a svantaggio della Russia, è gigantesca. Inferiore di diversi ordini di grandezza.

Dunque risulta stupefacente l’allarme della Commissaria addetta alla politica estera europea, circa la strepitosa superiorità ed efficacia della propaganda russa. La mossa di Mogherini non scaturisce dal caso o dall’improvvisazione dovute all’aggravamento della tensione con Mosca. In realtà è stata preceduta dalle inquiete reazioni della capitale dell’Occidente, che ha percepito il mutare della situazione, cioè l’inizio della fine del monopolio pressoché totale del flusso informativo-comunicativo che sommerge i pubblici occidentali. È stato sufficiente il sospetto della fine del monopolio per impaurire i detentori del “controllo”. In effetti la superiorità rimane intatta. Quello che non c’è più è il monopolio.

Qualche mese fa il Senato degli USA ha stanziato sei milioni di dollari a sostegno del programma di creazione di tre televisioni in lingua russa che avrebbero dovuto velocemente cominciare a trasmettere nelle tre repubbliche del Baltico. Obiettivo evidente: contrastare la “propaganda” dei canali russi, molti dei quali captabili senza alcun problema in Estonia, Lettonia e Lituania. Tre repubbliche, ormai membri dell’Unione Europea, dove il russo è lingua dominante non solo nelle minoranze russe locali, ma anche tra le popolazioni autoctone. Eredità dei tempi sovietici che si cerca in ogni modo di estirpare ma che persiste tenacemente.

Il Parlamento Europeo è arrivato subito dopo alle stesse inquietudini. Dopo la Mogherini, ne ha discusso l’intera assemblea di Bruxelles. E sono fioriti i centri di elaborazione delle contromisure, profumatamente pagati dalle centrali propagandistiche occidentali, dal Dipartimento di Stato USA, dalle ONG (a loro volta riccamente dotate di fondi per la preparazione dei quadri di un vero e proprio esercito). Di fronte ai quali si erge tuttavia una domanda alla quale non è stata ancora trovata una risposta. Come mai la “propaganda” russa, così minoritaria, così sistematicamente sconfitta nei decenni passati, è diventata cosi efficace negli ultimi tempi? Domanda centrale che, per esempio, emerge da un opuscolo propagandistico (assai simile a un programma di guerra) prodotto dal “Center For Civil Liberties”, che sta circolando freneticamente nei corridoi di Bruxelles, diretto ai deputati che dovranno, tra non molto, votare contromisure tanto straordinarie quanto costose che, come vedremo tra qualche riga, assomigliano alle leggi orwelliane del “Ministero della Verità” e, fantasticamente, ai metodi del defunto socialismo sovietico .

Intitolato “Recommendations for combating Russia propaganda”, firmato da due sperimentati “agenti d’influenza” occidentali, entrambi però non americani: Oleg Panfilov, professore dell’Università Statale Ilia di Tbilisi, commentatore di “Radio Liberty”; Maksym Khylko, ricercatore-capo della Università Nazionale, Taras Shevchenko di Kiev, coordinatore dell'”Iniziativa di ricerca sulla sicurezza dell’Europa Orientale”.
Se si mettono insieme, nel mazzo, il “Center for Civil Liberties” (americano), Oleg Panfilov (russo emigrato in Georgia) e Maksym Khylko (ucraino), si coglie bene il percorso del denaro e la sua simbiosi con i portatori delle modalità russofobiche indispensabili.

La questione che i due si pongono suona così: “E’ necessario comprendere le chiavi del successo della propaganda russa, e perché la gente tende a credergli”.
È evidente che, come loro stessi riconoscono, “i sistemi della vecchia scuola della guerra fredda non funzionano”.
Ma perché? Solo perché l’Unione Sovietica non c’è più?
Risposta inadeguata. Ma è vero che non funziona più molto bene nemmeno il tentativo di risvegliare, nei riflessi condizionati dei pubblici europei, l’identità tra Russia e Unione Sovietica. C’è dell’altro, che spinge “molta gente in Russia e molti russi etnici all’estero a consumare (sic!) la propaganda russa invece di andare alla ricerca della verità”.

Interrogativo molto rivelatore, dal quale emerge che i due autori sono letteralmente prigionieri del vocabolario che è stato loro ficcato in testa a colpi di martello washingtoniano (oppure, semplicemente, essi usano il vocabolario che ha aperto la strada al grant ricevuto dal Center for Civil Liberties). Basta infatti sostituire alla parola “propaganda” la parola “informazione”, e tutto diventa chiaro. Ancor più chiaro sarà se si sostituisce l’espressione “propaganda occidentale” alla parola assiomatica “verità”.
Insomma c’è un sacco di gente che è affezionata all’informazione che riceve dalle pochissime fonti russe disponibili ed è respinta – o quanto meno diffidente – rispetto alla propaganda, travestita da informazione, che riceve dalle numerosissime fonti locali e internazionali.

Comunque il “Center for Civil Liberties”, ufficio pagatore del libretto di istruzioni, non si occupa solo del problema – vitale – di nutrire i pubblici russo parlanti con le verità dell’Occidente. Questa è soltanto la prima tappa di un programma assai più ambizioso. Si tratta infatti, in primo luogo, di agire sull’Ucraina, la Bulgaria, la Moldova, la Romania, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbajgian e di seguito tutte le repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale, oltre che sui tre “gioielli” baltici di recente acquisizione.
Lo studio è la premessa per indirizzare una valanga d’investimenti in tutti quei paesi, per potenziale le trasmissioni occidentali in lingua russa. Ma i due autori sono scettici e mostrano una certa dose di realismo. “C’è il rischio – scrivono – che grandi quantità di denaro vengano sprecate inseguendo l’idea errata che il problema consiste nella mancanza di fonti alternative (alla propaganda russa, ndr) in lingua russa”. Cioè di canali ne abbiamo abbastanza, ma non funzionano.
Bisogna dunque cambiare i contenuti e il personale (loro pensano). Gli sfugge che la ragione potrebbe essere del tutto diversa: e cioè che la gente dei paesi che loro vorrebbero conquistare ha mangiato la foglia e diffida di più delle loro interpretazioni che di quello che sente, e vede, attraverso i pochi canali russi.
Il problema è che, se non si possono cambiare i contenuti, e i contenuti sono falsi (cioè si vende propaganda e non informazione), allora occorre impedire l’afflusso dei contenuti veri, cioè dell’informazione che viene dalla parte russa.

E questa è la seconda parte del programma. Non meno importante della prima, poiché concerne circa 500 milioni di radio-telespettatori e internettiani dell’Europa Occidentale. I quali, guarda la stranezza, sembrano sempre più freddi rispetto all’informazione-comunicazione (leggi propaganda) che ricevono dai “liberi” canali occidentali. Lo dimostra il devastante sondaggio, realizzato dal PEW Research Institute all’inizio del 2015 in diversi paesi dell’UE e della NATO, e pubblicato a giugno, dal quale risulta che la maggioranza dei pubblici europei è tutt’altro che convinta dalle interpretazioni dei fatti che riceve dai media nazionali europei. Per esempio non ha nessuna voglia di andare in guerra contro la Russia. In molti casi – come in Germania e in Italia – solo una piccola minoranza sarebbe disposta ad andare in soccorso di una paese della NATO se esso venisse attaccato dalla Russia. Si noti che le domande erano fatte nello spirito della guerra fredda, cioè implicavano una volontà aggressiva della Russia nei confronti dell’Europa. Nonostante questo, i pubblici europei dei grandi paesi manifestano una grande freddezza nei confronti dell’America e un buon 25% mediamente prova simpatia per la Russia. Nonostante Putin, che è stato oggetto negli ultimi anni di una impressionante e senza precedenti diffamazione personale da parte dei media occidentali, incoraggiati e imbeccati dalle diplomazie e dai governi. Ma neanche questo ha funzionato. Per lo meno non ha funzionato come ci si aspettava.

Nasce così un vero e proprio programma “sovietico” di misure – otto per la precisione – destinato a bloccare l’informazione proveniente dal mondo nemico. Ma non era l’Occidente il luogo del “libero” confronto delle idee? Non più, scrivono Panfilov e Khylko, perché “governi che restringono in patria le libertà di parola non debbono poter avere l’opportunità di sfruttare la (nostra) libertà di espressione a fini propagandistici”. Viceversa si dovrà aprire il mercato occidentale ai media indipendenti russi, gli unici che “forniscono una informazione accurata sulla vita in Russia”.

Ma questa è solo filosofia. Il programma prevede misure pratiche come la “creazione e il sostegno” di un gruppo di monitoraggio permanente dai compiti molteplici ma molto simili e quelli di un servizio di spionaggio e sorveglianza, tra i quali ci sarà quello di “misurare la propaganda che giunge non solo dai media, ma anche da differenti gruppi lobbistici che si fingono esperti indipendenti”.
Sarà inoltre necessario istituire un team di avvocati e giuristi il cui compito è “sviluppare un meccanismo che limiti la possibilità dei media propagandistici russi di operare sul territorio dell’Unione Europea e dei paesi della partnership orientale”. Basta dunque con “le pratiche di fuorviare i cittadini europei”, con chiacchiere di “esperti analisti” che altro non sono che lobbisti per conto di Mosca.

Finita qui? Niente affatto. Succede che “di tanto in tanto, rispettabili media europei e americani pubblichino articoli che sono appena appena migliori dei pezzi di propaganda del Cremlino”. Bisogna impedirglielo, poiché “non si tratta di un punto di vista alternativo, ma di propaganda evidente, per giunta firmata da presunti esperti che poi, guarda caso, risulteranno al servizio di qualche compagnia di proprietà russa”. Insomma l’attenzione del nuovo ufficio di censura europeo sarà concentrata non solo a non tanto sulla propaganda che viene dal freddo, ma sulle quinte colonne occidentali, “rispettabili” ma non troppo, che agiscono – ovviamente pagate – contro l’Occidente. “L’Europa non ha dunque altra scelta che quella di stabilire regole più strette sul mercato dei media”, per esempio mediante un altro panel di “esperti rinomati che prenderanno in esame casi difficili di possibile violazione della legislazione e degli standard professionali”.

Poi, dopo avere elencato ì divieti da introdurre (poiché “non c’é altra scelta”), i nostri due autori illustrano tutte le diverse modalità con cui l’Occidente potrà e dovrà ingerirsi con la sua propaganda (cioè la sua verità) in Russia e nei paesi vicini, specie gli ex sovietici; dovrà formare i quadri alle verità occidentali e creare dovunque scuole e università dove questi quadri saranno reclutati e diventeranno operativi; dovrà finanziare progetti e persone che racconteranno le stesse verità occidentali ai russi e ai loro vicini.

Su queste premesse, se accettate dalle istituzioni europee, si prenderà in esame la serie di misure necessarie per impedire al Nemico di penetrare nei nostri confini con le sue idee.
Con la iraniana “Press Tv” la decisione è stata semplice: hanno impedito l’accesso ai canali satellitari occidentali, costringendola sul web.
In Ucraina i canali russi sono tutti vietati.
Nei paesi baltici si ritirano licenze alle radio che ritrasmettono notizie e dibattiti di stazioni russe.
Il canale RTR Planeta è stato ripetutamente oscurato in Lituania.
Si aspetta l’occasione per impedire l’accesso di RT ai pubblici europei e americani. Vengono in mente gli “antichi tempi andati” in cui Mosca disturbava le trasmissioni radio dell’Occidente. . Ci vorrà un Saltykov-Shedrin per raccontare questa inversione delle parti che trasformerà l’Europa in uno Stato autoritario.

Fonte: Globalist.it