È difficile stabilire se la giornata mondiale del rifugiato sia una ricorrenza nel melodrammatico calendario occidentale per scuotere le coscienze e i governi o una commemorazione per quelli che non ce l’hanno fatta ad arrivare da questa parte, neppure da clandestini. Lo stesso Alto commissario Onu per i rifugiati (Unhcr), Filippo Grandi, ha dichiarato che «quest’anno i segnali di speranza sono difficili da trovare». Le migrazioni forzate a causa di guerre e calamità hanno raggiunto un livello senza precedenti dalla fondazione dell’Onu: oltre 65 milioni di persone, di cui 21 milioni già classificate come rifugiati, sono state costrette ad abbandonare la propria casa.

Si muore anche alle porte della salvezza e non solo sui barconi inghiottiti dal Mediterraneo. Alla vigilia del rapporto dell’Unchr reso noto ieri, almeno otto profughi siriani, tra cui quattro bambini sono stati uccisi dall’esercito turco mentre attraversavano il confine dalla città siriana di Jisr Shugur controllata da gruppi jihadisti. Ankara nega ogni responsabilità, l’Unione europea si dice certa che i turchi faranno chiarezza: come no, anche noi aspettiamo che Erdogan ci illumini.

Ma la Turchia ha fatto un accordo sui rifugiati con l’Unione europea e detiene secondo l’Unchr il record mondiale come Paese ospitante: tre milioni nel 2015 mentre il Libano ha il più alto rapporto (183 ogni mille abitanti) tra rifugiati e popolazione residente.

L’Europa – 500 milioni di abitanti – l’anno scorso ha vissuto il problema di dover accogliere un milione di profughi ma l’Unchr sottolinea come la maggior parte dei rifugiati si trovino altrove, lontano dal benessere continentale: l’86% sopravvive in Paesi a basso reddito confinanti con Paesi in situazione di conflitto. Tra i dati citati figura il raddoppio nei primi mesi di quest’anno delle richieste di asilo presentate in Italia rispetto allo stesso periodo dello scorso anno: la chiusura della rotta balcanica ne porterà altri, questa è quasi una certezza. Sono 3,2 milioni le persone che nel 2015 erano in attesa di una decisione sulla loro richiesta d’asilo nei paesi industrializzati, il numero più alto mai registrato.

Come pure è sicuro che oggi in Europa le migrazioni non mettono in moto una solidarietà crescente ma soprattutto paura, egoismi e il timore di una perdita di identità nazionale: la propaganda a favore della Brexit e il populismo dilagante a Est puntano su questi argomenti. Con effetti aberranti: polacchi e ungheresi non vogliono profughi ma a loro volta i migranti economici di questi due Paesi sono ritenuti in Gran Bretagna un pericolo sociale, una concorrenza sleale ai lavoratori autoctoni.

Filippo Grandi ha ricordato che la responsabilità dei politici deve essere spiegare che l’immigrazione contribuisce allo sviluppo della società mentre c’è chi al contrario fomenta l’opinione pubblica «creando in Europa un clima di xenofobia molto preoccupante e che dà un pessimo esempio ai Paesi che non sono nell’Unione».
La verità è che l’Europa è nata da pessimi esempi e ha continuato a fornirli. All’indomani della seconda guerra mondiale (35-40 milioni di morti), decine di milioni persone tra il 1945 e il 1947 furono cacciate dai loro Paesi in una delle più colossali operazioni di pulizia etnica che il mondo abbia mai conosciuto. La diversità culturale che era stata parte integrante della società europea ricevette un colpo mortale anche a guerra finita e non solo nei campi di sterminio nazisti, come dimostra anche il recente destino dell’Ucraina, nazione irrisolta e conseguenza drammatica della dissoluzione dell’Urss.

Gli europei in questo accanimento contro la diversità etnica o religiosa non si sono mai fermati. Dopo il 1989, quando si godeva il panorama del crollo del Muro di Berlino, con l’inizio della disgregazione dell’ex Jugoslavia cominciava un’altra pulizia etnica epocale. Gli Stati Uniti intanto decidevano con Bush junior di rifare la mappa del Medio Oriente scoperchiando in Iraq il vaso di Pandora mediorientale, per arrivare fino alla Siria, la maggiore guerra per procura degli ultimi vent’anni dove si fa strage delle minoranze mentre si è riaperto un conflitto dentro l’Islam e tra potenze che ha avuto già come precedente il milione di morti della guerra Iran-Iraq. Ma se pensiamo che sia finita qui, come indicano del resto i dati dell’Unhcr, forse ci sbagliamo.

Fonte: Il Sole 24 ore