Prendere senza illusioni, lasciare senza difficoltà. Marco Aurelio, se ricordo bene. Mi è stato insegnato che un tratto fondamentale dell’essere e dell’agire romano (more antiquo) è l’impersonalità, la volontà consapevole di donarsi a una causa che ci eccede, la prima delle quali sta nel combattere per la difesa del Genio patrio. In ogni sua manifestazione, che è sempre divina: metafisica, culturale, eco-antropologica, territoriale non da ultimo. Ma per far questo non è sufficiente partire, come si dice, lancia in resta e fendere l’aria a casaccio. Si rischia anzi di passare per stravaganti, o per imbroglioni. Il cuore della lotta è appunto nel cuore: è qui, dove si agitano i tumulti interiori – stavo per scrivere “i tumulti dell’anima”, ma non è così, perché l’anima bisogna prima fabbricarsela… – che dal vir si pretende saldezza, coraggio, virtù e capacità bellica atta a debellare avversità e superbie.

Bisogna cioè assomigliare al nostro nume capostipite, Marte, “il dio del combattimento, il dio della guerra, il dio del guerriero, nella tregua e nei lavori di pace e nella pugna. Sempre nella vita sulla terra occorre la lancia di Marte, perché la vita dell’uomo è lotta, combattimento”. E come insegnano i Padri nostri, “la vita dell’uomo sulla Terra è lotta, combattimento. Lotta e combattimento perché dall’infero bimbo, il germoglio, si forgi il giovine e poi l’adulto e il padre valente, che possa essere e dimostrarsi, nel rispetto della condizione terrestre, accetto agli dèi Patri, perché sui compos, padrone sovrano di sé stesso (potis sum) e come tale artefice del suo destino; quindi non sottomesso agli eventi, ma in grado di provvedervi, di dirigerli. A questo tendeva il Romano, quello che custodiva in sé la Virtù prisca, l’addetto di tale Virtù”.

Scrivo queste righe a pochi giorni dalla ricorrenza calendariale dell’October Equus (15 ottobre), il rito del “cavallo immolato ogni anno durante il mese di ottobre sul campo di Marte. Il cavallo è quello di destra della biga vincente. Per la testa del cavallo aveva luogo una vera battaglia fra la gente della Suburra e quella della Via Sacra: gli uni avrebbero voluto affiggerla al muro della Regia, gli altri alla Torre Mamilia. La coda dell’animale viene portata alla Regia con la massima celerità, in modo che ne possano ancora cadere delle gocce di sangue sul focolare, per farlo partecipare del sacrificio. Si dice che il cavallo fosse immolato a Marte quale dio della guerra” (Festo). Si tratta di un rito agrario, propiziatorio delle semine e dei raccolti? Risponde il Padre Marte, titolare della potenza del seme che si risveglia dal sonno, spacca il suolo indurito dal gelo dell’inverno e sporge il germoglio al raggio del sole. Marte che governa la possanza dell’albero, che prima fu tenero germoglio e poi, per virtù di robuste radici, si distende in tutta la sua magnificenza nella luce solare. Nel qui e ora, hic et nunc.

Non mi dilungherò oltre sul significato dell’October Equus, basti notare che l’occasione segna la fine annuale della stagione bellica, dello spargimento del sangue… Domani, giorno di Armilustrium, i giovani sacerdoti marziali (Salii) purificheranno le armi e sigilleranno così la chiusura del ciclo, inaugurando un momento se possibile più delicato ancora, poiché nei giorni, nelle settimane a venire il vir romano non cessa di essere Marte vivente: ne assume piuttosto alcune caratteristiche apparentemente mansuete, tranquille, quirinalizie direi, e dunque rivolte alla propria Urbe interiore, il riflesso di Roma Eterna. Ripetiamolo con parole più adatte, tratte dall’antico magistero: “Marte, il dio romano della guerra, del combattimento, non è un dio selvaggio, ma il dio del vigore, della forza d’animo e vitale, il dio della potenza dominatrice, e a Roma non era mai assente, nemmeno nei periodi di tregua e di pace; perché mai il guerriero, anche se si dedica all’aratro, come faceva Cincinnato, cessa di combattere.

Ecco perché Marte è anche il dio dell’assidua vigilanza, perché il guerriero deve vegliare sempre, anche durante il suo riposo. Il guerriero non deve trascurare nessun momento della sua giornata, l’hosti(li)s può mostrarsi all’improvviso; il guerriero non deve farsi sorprendere. Il guerriero deve aver l’animo pronto e deve curare il suo cavallo. Il cavallo del guerriero è un cavallo sacrificale. Non è un Romano chi non opera in Marte”. E, aggiungo, non è realmente marziale chi non abbia domato le proprie guerre civili interiori; chi non abbia orientato la vita a uno sforzo continuo teso a superare l’attaccamento alla realtà fenomenica, il titanismo dell’io, la presuntuosa illusione di essere indispensabili pur vivendo in uno stato sonnambolico, dormiente fra i dormienti, assoggettato alla natura inferiore delle passioni, alla superstizione di cui si pasce ogni fideismo (compreso il paganismo, variante ulteriore della monolatria…).

Se il piccolo-Marte vivente è l’uomo che, alla bisogna, invoca il nume contro i nemici dei campi, dei frumenti, del bestiame, della salute umana, contro il nemico di Roma, il barbaro: Satur fu fere Mars limen Sali sta berber (così recita il collegio romuleo degli Arvales), il grande-Marte vivente compie la stessa diuturna invocazione dentro di sé, senza mai smarrire il ri-cordo della propria funzione e non già della propria vanità. Il luogo del ri-cordo, il cuore, è la Regia in cui dovevano arrivare la coda e la testa del cavallo (quest’ultima contesa tra Sacrani e Suburrani…) sacrificato e offerto a Marte nel Campo Marzio durante l’October Equus. La Regia è la casa del Re, dimora di quell’anima scettrata che gli stoici non ancora decaduti (o asiatizzati) definivano hegemonikòn. In questa sede, lo scettro regale simboleggia l’axis della perfetta, virile equanimità – prendere senza illusioni, lasciare senza difficoltà – in cui Mars vigila.

Fonte: Il Foglio