Premio Nobel Letteratura 2015, come si ‘usa’?

Intendo dire la persona, il potenziale premiato. La parte monetaria, il premio, è qui affare suo e non lo è di questa riflessione. Mi occupo del resto: di chi usa chi. E del come il chi numero 1 usa il chi numero 2. E del come il chi numero 2 si comporta in modo di ricevere il premio dagli amici del chi numero 1.
Prendiamo un esempio a caso, la signora Aleksievic, che ha appena conquistato il Premio Nobel per la letteratura. Una scrittrice di talento? Probabilmente sì, ci mancherebbe anche che non lo fosse! Non ho letto una riga di quello che ha scritto e non è escluso che la leggerò, prima o dopo. Ma, se la signora in questione fosse nata nel Burundi, o in Islanda, dubito fortemente che avrebbe preso il Nobel nel 2015.
Infatti, ammaestrato dall’esperienza, penso che coloro che influenzano gli erogatori finali del Premio Nobel per la letteratura abbiano lo sguardo fisso sulla sua utilizzazione politica. La neo-laureata lo sapeva benissimo e ha agito di conseguenza. Lei sa, come tutti gli artisti di vaglia, di avere scritto cose preziose per gli utilizzatori. Le ha scritte prima, a prescindere; non le ha scritte su commissione. Dunque è inattaccabile.
Gli utilizzatori ne gioiscono: conviene anche a loro. Sarà più facile candidare la signora senza sollevare sospetti. E procedono alla seconda fase dell’operazione, denominata debriefing, ovvero chiacchierata, ovvero una serie di cene, di inviti a tenere conferenze, ecc. Vogliono sapere con precisione soprattutto due cose:
1) Come il candidato in pectore al Premio Nobel pensa in termini di attualità politica. Cioè da che parte sta. Per esempio è indispensabile che egli – o ella – sappia con precisione dove sono i cattivi e dove sono i buoni.
2) Se il candidato – o la candidata – in pectore è disposto a schierarsi apertamente dalla parte dei buoni.
Su queste due caratteristiche è importante non sbagliare, altrimenti gli utilizzatori scopriranno dopo, quando è troppo tardi, di avere gettato al vento sia i denari del debriefing che quelli del relativo premio. Per esempio Aleksandr Sozhenitsyn era uno che sapeva benissimo dov’erano i cattivi, ma non aveva ben chiaro dov’erano i buoni. E finì per sbagliarsi e fare confusione, più d’una volta. Il fatto increscioso fu che gli utilizzatori non erano riusciti a fare un adeguato debriefing: il personaggio era troppo irritabile. Ma, nel caso suo gli utilizzatori non ebbero da pentirsi. Solzhenitsyn fu usato efficacemente, anche suo malgrado e a lungo. E, quando cominciò a fare troppi errori fu semplicemente cancellato dai media occidentali. E buonanotte. L’ultimo libro che scrisse, prima di morire, fu tirato in Russia, in 2000 copie.
Un altro che fu impossibile analizzare fu Aleksandr Zinoviev, l’autore di “Cime abissali”. Emigrato per forza, dai cattivi, nell’Impero del Bene, sembrava adatto, ma si guastò presto. Infatti, non ricevette né un premio Nobel né altri premi dai buoni, che non si fidarono. E fecero benissimo, alla luce dei ditirambi che Zinoviev, ritornato dai cattivi, scrisse a loro lode imperitura. Peggio ancora: scrisse cose terribili a proposito dei buoni, tanto che a chi lo ascoltava apparve inevitabile concludere che i buoni erano in realtà i cattivi e, forse, il viceversa.
Un altro errore marchiano – mi viene in mente – lo fecero con Dario Fo. Ma bisogna riconoscere agli utilizzatori che è difficile fare un debriefing a un giullare. Quasi come pretendere di spiegare a Dante che non esiste l’inferno. Comunque con la Svetlana Aleksievic , invece, tutto ha subito funzionato splendidamente. Appena premiata ha cominciato a sparare sui cattivi come una mitragliatrice. Cattivi prima, dopo e durante, senza tregua, crivellati. Soldi spesi bene.
Sarà impossibile contare quante centinaia di migliaia di articoli, di servizi televisivi, di interviste siano stati prodotti nella sola prima settimana post praemium. Stavo per scrivere post prandium. E ogni volta che si parlerà di lei sarà la stessa cosa: ogni parola, ogni riga, ogni copertina di libro, magari ogni film che sarà tratto dai suoi libri, servirà per parlare male dei cattivi. Un investimento infinito. E poi dicono che la cultura non rende.

Fonte: Fatto Quotidiano