Parlo del prossimo, possibile, teatro di guerra in Europa. Zampillano come pozze di geiser, questi conflitti. E non è un caso. Si è cominciato con l’Ucraina (risultato: fino ad ora 50 mila morti, secondo i servizi segreti tedeschi). Da poco si è aperto il bubbone della Grande Albania (morti per ora una ventina), con le prime scaramucce alla frontiera tra Kosovo e Macedonia, con inizio dell’ennesima rivoluzione colorata made in America. Ora è la volta della Prednestrovia (in russo, al di là del Dnestr, in italiano Oltre Dnestr). Appunto: cos’è? E’ una repubblica indipendente riconosciuta da quasi nessuno (neanche dalla Russia, che non ha legami diplomatici ufficiali con Tiraspol, la capitale). Tranne che dall’Abkhazia, dall’Ossetia del Sud e dal Nagorno-Karabakh. Tra spezzoni dell’ex Urss ci s’intende. Nacque al momento del crollo dell’Unione Sovietica e si trovò subito nei guai. Vediamo perché: si trova appoggiata alla riva sinistra del fiume Dnestr per circa 400 chilometri. Ma si ferma una trentina di km dallo sbocco al mare. Dunque il suo unico porto è – paradossalmente – quello di Odessa, in Ucraina. Sull’altra riva dello Dnestr c’è la Moldova, ex repubblica sovietica, oggi protettorato di Bruxelles. Commerci c’erano e ci sono, da quella parte, ma Chisinau è nemica, e ha sempre cercato di riprendersi il territorio. Nel 1991 ci furono aspri combattimenti, con un migliaio di morti proprio tra moldavi e abitanti di questa striscia, che si risolsero, anche grazie al generale russo Aleksandr Lebed, con la sconfitta dei primi. Solo che la Prednestrovia non ha nessuna intenzione di farsi riassorbire dalla Moldova. Semmai pare che preferisca il ricongiungimento con la Federazione Russa. Nel 2006 un referendum in tal senso ottenne il 97,1% dei voti. Ma Mosca fece finta di non sentire. Dall’altra parte la Repubblica confina solo con l’Ucraina. Più precisamente con la Regione di Odessa. Anche su questa frontiera, pur senza reciproco riconoscimento, il passaggio era garantito fino a ieri. Ma adesso Kiev è un protettorato di Washington, tutto sta velocemente cambiando, il blocco pare imminente. Tiraspol è nella scomodissima situazione di chi può essere strozzato da un momento all’altro. Il fatto è che il presidente ucraino Poroshenko ha nominato proconsole di Odessa l’ex presidente georgiano Mikheil Saakashvili. Giovanotto “americano” assetato di vendetta contro i russi, che non aspetta altro che di aprire un nuovo fronte di guerra, dopo quello in cui fu sconfitto, proprio dai russi, nel 2008, quando attaccò l’Ossetia del Sud. Fu in conseguenza di quel disastro che Saakashvili perse la presidenza. Adesso gli si offre (gliela offre Washington) l’occasione della rivincita. Il 21 maggio scorso, infatti, la Rada, parlamento ucraino, ha denunciato unilateralmente cinque accordi internazionali con la Russia, tra i quali quello che regolava il transito delle truppe russe che periodicamente si avvicendano al controllo della situazione in Prednestrovia (come “forza di pace” autorizzata anche dalle Nazioni Unite). In perfetta sintonia con questa mossa, a Kiev hanno già comunicato l’inasprimento dei controlli alla frontiera della Repubblica , sotto lo slogan della “lotta contro il contrabbando”. Tutti segnali di un’operazione coordinata di Kiev e Chisinau, sotto l’egida Nato, per il blocco della Prednestrovia.

Ora diamo un’occhiata ai dati demografici, economici e politici. Abitano la Prednestrovia poco più di mezzo milione di persone. Così composto: moldavi, 31,9%; russi, 30,4%; ucraini, 28,8%. Nonostante tutto abbastanza in pace in questi 14 anni trascorsi. Ma non sarà difficile, con i soliti trucchi della rivoluzione “colorata”, seminare zizzania tra russi, da una parte, e moldavi e ucraini dall’altra. In cifre assolute i russi sono non meno di 150-160 mila; gli ucraini da 80 a 100mila Si tratta di una regione, per quanto piccola, ad alta industrializzazione. In pratica erano qui tutte le principali industrie della Moldova, a cominciare dalla centrale idro-elettrica (Gres), dalla fabbrica metallurgica (Mmz), dalla fabbrica di cemento di Rybnitz . Ma per capire l’importanza di queste strutture, basti dire che la Gres ha una potenza di 2,52 giga-watt, quanto basta non solo per dare energia alla Prednestrovia, ma per coprire più di metà del fabbisogno moldavo e i 4/5 di quello della regione ucraina di Odessa. Con l’avanzo, Tiraspol vende energia elettrica anche a Bulgaria e Romania. Da notare: la proprietà della centrale è della Società per azioni russa Rao-Ees. Per quanto concerne la Mmz, le dimensioni produttive sono medie, cioè pari a 400 mila tonnellate di acciaio all’anno. Fino all’anno scorso la proprietà era russa, “Metalloinvest”, ma da poco i russi sono usciti dalla Società. Infine la RTsZ, che produce circa 300 mila tonnellate di cemento l’anno, ma potrebbe arrivare al milione di tonnellate. Proprietaria l’industria ungherese Telep. Queste cifre dicono della complessità e dell’importanza economica della Prednestrovia. Nessuna di queste imprese ha potuto e potrà funzionare senza importare materie prime e senza esportare la produzione. E, in caso di combattimenti, tutti gl’impianti in questione si troverebbero nel raggio d’azione di cannoni e mortai nemici. Difficile dire di quanti uomini in armi possa disporre Tiraspol. All’incirca 15 mila uomini, che, in caso di attacco, potrebbero diventare 50 mila, con i riservisti. Si dice che disponga di 18 carri armati T-64, in funzione, più alcune decine che richiederebbero urgenti riparazioni. Ai quali si aggiungono circa 150 mezzi blindati di vario genere. Un’aviazione modesta, con alcuni aerei da trasporto, vecchiotti, e due elicotteri Mi-24, 5 elicotteri da combattimento Mi-8, e 4 Mi-2 polifunzionali. Cannoni e artiglieria di ogni tipo, e calibro, a volontà. La Moldova era, ai tempi sovietici, un gigantesco deposito di armi. Solo a Kolbasna ci sarebbero circa 20.000 tonnellate di munizioni, la metà delle quali sono già “scadute” da 11 anni, ma che si continua a vendere. La Repubblica sconosciuta ha però un proprio sistema di produzione di armi moderne, che esporta all’estero, si dice, per qualche milione di dollari all’anno. Ma il deposito di Kolbasna si trova a soli 4 km dal confine ucraino. Raggiungibile, teoricamente, in mezza giornata. Il contingente russo è andato diminuendo di anno in anno e, al momento, è di circa 1500 soldati. In questi anni i russi hanno disarmato e smontato non meno di cento carri armati.

Riassunto: se si attua il blocco, Mosca si troverà anch’essa nella più scomoda e pericolosa delle situazioni. Lasciar cadere un “avamposto” come quello, con dentro 1500 soldati e ufficiali e 150 mila cittadini con passaporto russo in tasca, sarebbe equivalente a un disastro politico e psicologico. Ma difenderlo è impresa straordinariamente difficile. Dal punto di vista strettamente militare la Prednestrovia è superiore alle forze militari moldave, ma nettamente inferiore a quelle ucraine. Il blocco economico e dei trasporti costringerebbe la Russia a un ponte aereo per rifornire di cibo e altri generi indispensabili la popolazione, ma non è con un ponte aereo che si risolve il problema delle materie prime. E anche il ponte aereo aprirebbe problemi insormontabili pacificamente. Gli aerei russi dovrebbero sorvolare circa 80 km di territorio ucraino, dal Mar nero, fino a Tiraspol. Senza permesso di Kiev. E l’aviazione ucraina avrebbe già trasferito nell’area diverse batterie di missili terra-aria, destinati ad abbattere gli aerei da trasporto russi. Si tratta ora di vedere, più che cosa intende fare Kiev, cosa decideranno di fare a Washington. E se Merkel e Hollande vogliono fermare le bocce, oppure no. Putin è riuscito a evitare lo scontro diretto con l’Ucraina nel Donbass. Ma qui sarebbe costretto ad affrontarlo. Può farlo, decidendo di azzerare le postazioni missilistiche ucraine. Ma sarebbe guerra, comunque. Davvero è il caso di stringere le cinture.

Fonte: Il Fatto Quotidiano