«La rete terroristica scoperta a Bari è preoccupante perché riconferma una vicinanza, seppur collaterale, fra il fenomeno migratorio e la presenza sul nostro territorio di soggetti legati all’Isis o al terrorismo islamista».

L’onorevole e questore della Camera Stefano Dambruoso, ex magistrato protagonista dopo l’11 settembre di indagini che garantirono lo smantellamento di varie reti alqaidiste in Italia, sottolinea in questa intervista a il Giornale la pericolosa sovrapposizione tra flussi migratori e infiltrazione terroristica nel nostro Paese.

«Non è la prima volta che lo si rileva e non lo è soprattutto nell’area di Bari – spiega Dambruoso – la Puglia e il porto di Bari si stanno rivelando un punto di passaggio per garantire l’entrata in Europa, a soggetti dissimulati da migranti o in possesso di documenti falsi legati a gruppi terroristi».

Il rischio di un’infiltrazione tra i migranti è stato sottovalutato?

«I fatti si accertano quando si manifestano. I migranti non sono terroristi e quindi all’inizio si tenevano distinti i due fenomeni. Oggi, i fatti lo dimostrano, nelle trafile di sfruttamento degli esseri umani prodotte dal fenomeno migratorio s’introducono soggetti che sfruttano questo consenso per infiltrarsi. Ma sono singole persone a fronte di migliaia».

Quindi un’immigrazione fuori controllo è il cavallo di Troia dei terroristi…

«Oggi non lo è, ma come i fatti stanno confermando può diventarlo. In questo momento è un fenomeno sotto controllo anche rispetto al passato. C’è una maggior consapevolezza che il porto di Bari va monitorato con attenzione».

A dicembre, sempre a Bari, è stato arrestato Majid Muhamad, già condannato a 10 anni per terrorismo internazionale e implicato nel trasferimento di «migranti» sospetti.

«Esatto. Anche in quel caso c’era un soggetto che viveva facendo il mediatore di migranti e a questo aggiungeva il supporto logistico a singoli che volevano raggiungere l’Europa. Il fatto più preoccupante registrato in Puglia è proprio questo legame tra il circuito dei migranti e i fatti legati all’Isis e al terrorismo».

Il legame è con le cellule jihadiste dei Balcani o con la rotta che da Grecia e Turchia portano in Iraq e Siria?

«Le evidenze dimostrano un collegamento con la rotta che attraversa Grecia e Turchia. La penetrazione di soggetti legati alle reti jihadiste dei Balcani resta più legata al Nord-Est».

Gli arresti di Bari arrivano all’indomani della rivolta nel carcere di Piacenza. La presenza terroristica si sta facendo pervasiva?

«Non direi. La vicenda di Piacenza è stata amplificata a dismisura, ma è più legata alle condizioni di quel carcere che all’effettiva gravità di una rivolta. Non è neppure confermato che due tunisini abbiano inneggiato all’Isis».

Lei è il relatore di una legge per la lotta alla radicalizzazione nelle carceri. Non negherà che le prigioni italiane siano a rischio…

«Assolutamente… il carcere è uno dei luoghi in cui bisogna fare più attenzione. Là dentro entrano molti criminali comuni musulmani non radicalizzati. In una situazione di oggettiva fragilità personale diventano però destinatari della predicazione aggressiva di soggetti che pur non essendolo mai stati prima, si trasformano, dentro il carcere, in predicatori e imam» .

Come si può evitarlo?

«La mia legge propone d’individuare gli imam che non provengano da centri culturali o moschee non riconosciuti. Va invece garantito il massimo riconoscimento a moschee o centri culturali pronti a siglare un patto istituzionale con il governo sul riconoscimento dei diritti fondamentali della Carta Costituzionale italiana e a garantire una predicazione in linea con questo».

A novembre l’amministrazione carceraria ha firmato un’intesa con l’Ucoii, la rappresentanza della comunità islamiche legate alla Fratellanza Musulmana. È una scelta in linea con la sua proposta?

«L’Ucoii ha una sua presenza rispettabile nel panorama italiano. C’è però chi sottolinea situazioni che sollecitano una diversa valutazione. È accaduto con le moschee a Milano e penso che a livello nazionale ci si debba porre lo stesso problema».

L’Ucoii rappresenta la Fratellanza Musulmana…

«Il problema è proprio quale sia l’inquadramento che si da alla Fratellanza Musulmana. Oggi questo inquadramento non è del tutto lontano da perplessità».

Avrebbe suggerito quell’accordo?

«Faccio altro».

Fonte: Il Giornale