Se non fosse che in Occidente e altrove tanti ci credono, e soprattutto che in Ucraina tanti ci muoiono, ci sarebbe da farsi una risata a sentir definire il Paese dei Poroshenko il teatro di una battaglia per la libertà, come fanno senza paura certi giornaloni nostrani. Certo, bisognerebbe spazzar via il cumulo di false nozioni che sono state riversate su di noi all’epoca di Maidan e del rivolgimento anti-Yanukovich. Per esempio, era assolutamente impossibile, allora, sostenere l’evidenza di un Paese storicamente diviso tra un Est russofono e russofilo e un Ovest nazionalista ed europeista, tra un Est storicamente consegnato all’industria pesante (miniere, impianti metallurgici) e un Ovest assai più interessato all’agricoltura d’avanguardia e ai servizi. Adesso, lo dicono con serenità anche i giornali più mainstream del mondo, tipo l’Economist, che va alla ricerca di qualche motivo d’ottimismo per Poroshenko & C. e nota che, nel Paese in cui il Pil è crollato del 12% nel 2015 (dopo il meno 7% del 2014) e la moneta ha perso il 70% del valore, la parte Ovest tutto sommato se la cava. L’articolista conclude: “Est e Ovest sono due mondi diversi e questo difficilmente viene fuori quando si parla di Ucraina”. Meglio tardi che mai. Ma non è nemmeno la situazione economica il cuore della questione, anche perché l’Ucraina di Poroshenko può essere mantenuta all’infinito in questo stato di semi-coma indotto. Basta che il Fondo Monetario Internazionale elargisca gli 11 miliardi promessi entro il 2019 (dopo gli 11 già versati nel 2014) e che i Paesi creditori rinuncino alle somme loro dovute (il 20% del debito estero ucraino è già stato cancellato). Il resto lo farà lo spirito di sacrificio degli ucraini. Quello che è sotto gli occhi di tutti è che qui la libertà c’entra poco: l’Ucraina è solo passata da un regime impresentabile e inefficiente fedele a Mosca a un regime impresentabile e inefficiente fedele a Washington.

Un regime, quello attuale, in cui il presidente Poroshenko chiede al procuratore generale di dimettersi perché non persegue la corruzione; al primo ministro Yatsenyuk (peraltro inseguito lui stesso da accuse di corruzione) di andarsene perché non cava un ragno dal buco. Un regime in cui il ministro dello Sviluppo economico, Aivaras Abromavicius, un lituano diventato ucraino due ore prima di diventare ministro, si dimette in polemica col moralizzatore Poroshenko dicendo: ““Io e i miei collaboratori non … vogliamo essere lo schermo che nasconde la corruzione, o dei pupazzi in mano a coloro che vogliono prendere il controllo dei fondi pubblici, come si faceva coi governi precedenti”. Un regime in cui il ministro delle Finanze, Natalia Jaresko, è un’americana (ovviamente fornita di passaporto ucraino appena prima di diventare ministro) che lavorava al Dipartimento di Stato Usa. Ed è proprio qui il punto. Chi voglia rileggere La grande scacchiera, il libro pubblicato nel 1989 da Zbigniew Brzezinski, esule polacco e segretario di Stato con il presidente Carter, trova nero su bianco il senso dell’Ucraina di Poroshenko (e per contrasto anche quello dell’Ucraina di Yanukovich). Per gli Usa, scrive Brzezinski, “il premio geopolitico più importante è rappresentato dall’Eurasia”. Occorre, quindi, “un coinvolgimento americano attivo, mirato e determinato, soprattutto con i tedeschi, per definire la portata dell’Europa e, quindi, affrontare questioni scottanti come la posizione finale delle Repubbliche baltiche e dell’Ucraina”. Obiettivo? “Rafforzare la testa di ponte americana sul continente euroasiatico”. Utili strumenti, sempre secondo Brzezinski: l’allargamento della Ue al maggior numero di Paesi ex Est e l’allargamento della Nato il più possibile verso Est. A questo serve, dunque, l’Ucraina di Poroshenko. Così come a impedirlo serviva l’Ucraina di Yanukovich. È certo legittimo preferire l’una o l’altra. Un po’ meno far credere che alla base di certi eventi ci sia la voglia di seminare gratis libertà per tutti.

Fonte: Famiglia Cristiana