Lory Del Santo dice che Donald Trump “va al punto”. La signora, già soubrette nel cortile tivù d’Italia, reclama voce in capitolo perché ha avuto un flirt con l’attuale leader dell’occidentalismo destrista.
Si va, dunque, al punto. E questa specificità del candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America, segnalata da chi ne ha avuto un riscontro di carisma, più che aggiungere crosta al segnapunti del maschio alpha, aggiorna inaspettatamente le categorie del politico.
Il pop-populismo è l’ideologia fondante della scena contemporanea e l’andare al punto – in questa benedetta meta decisionista – non porta a “un a capo”, ma a un punto e basta dell’uomo forte al comando.
Non è certo la fine della storia – come preconizzato da Francis Fukuyama, per poi essere smentito dai datari di nuovi conflitti – forse, per dirla con Zygmunt Bauman, è la fine della “grande classe media americana”, ma il “punto”, Lory Del Santo non si adonti, è il compimento de Il Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler.
Il mondo, inteso come oggetto della civilizzazione liberale, è esausto. L’uomo bianco – sott’acculturato, precario da giovane, emarginato da adulto – dopo millenni di dominio incontrastato si ritrova ultimo nella periferia della globalizzazione. Il marchio Huawei – il telefonino di Confucio – ingaggia Scarlett Johansson per lo spot e vendica, una volta per tutte, Toro Seduto in effigie, costretto alla pubblicità dei sigari davanti agli store nel più lontano degli sprofondi del Texas.
Bauman, scorgendone l’apparizione di questo nuovo schiavo ha già parafrasato Karl Marx; Kean Loach, nell’ansia consolatoria propria del cineasta marxiano, lo ha raccontato nelle sue pellicole ed effettivamente si aggira – reietto tra i reietti – lo spettro di un uomo bianco pronto alla guerra del rancore. Non cerca diritti civili l’ultimo tra gli ultimi, piuttosto uno stato sociale. Come in Inghilterra è pronto per il Brexit, così negli Usa – l’uomo-massa – è pronto per Trump. Il nuovo proletario, dopo l’orgia biblica marxiana, cerca oggi il messia a destra. A destra della destra perfino se in Austria tutti gli operai, i precari, i disoccupati hanno lasciato la sinistra alle professoresse col cerchietto in testa per votare tutti compatti gli unici in grado di arrivare al punto: i più cattivi.
Ed ecco il punto. Roberto D’Agostino, nel suo sito d’informazione dove ci vizia in virtù di sintesi e chiarezza di titolazione, spiega la questione così: “Un incubo per il mondo, un sogno per Dagospia. Immaginate il G7 del 2017 con intorno al tavolo Grillo, Boris Johnson, Trump e Marine Le Pen! Questo sito chiuderebbe per mancanza di lavoro, farebbero tutto da soli”.
Dagospia riferisce di un tweet di Martin Selmayr, assistente di Jean Juncker, presidente della commissione UE, ultimo chiudo della carrozza mondialista: “Uno scenario horror, quello del G7 con Trump, Le Pen, Johnson e Grillo che conferma la necessità di lottare contro il populismo”.
Donald Trump è, di certo, il nuovo Ronald Reagan. Ma in luogo dell’edonismo reganiano (ed è, ancora, un citare D’Agostino), nella desolata apnea della globalizzazione c’è la paura. Il punto è uno stallo. E Trump – e lo pensa l’altra metà del mondo che non è né bianca né occidentale – è perfino meglio di Hillary Clinton.

Fonte: Il Fatto Quotidiano