C’era il 1992, c’era una volta Milano e c’era, dunque, un tempo in cui tutto andava a finire.

Si riavvolge il calendario – non con lo smartphone ma con le eleganti agende A. G. Spalding & Bros, che si compravano in via della Spiga – e nel godersi il ricordo degli anni Ottanta ci si stordisce in una sequenza di fotogrammi e di segni.

Ecco l’inquadratura: Carol Alt e le tavole di Guido Crepax, le sezioni del Psi e Tomaso Staiti di Cuddia, armato di martello pneumatico, “dotato di intelligenza non comune e di squillante eleganza”, mentre scheggia l’orrendo monumento a Sandro Pertini, il cubo di Aldo Rossi collocato nell’area pedonale tra via Manzoni e via Monte Napoleone.

Ed ecco la scena: Staiti martella peggio che Thor e il sindaco, Paolo Pillitteri, se ne dispera. C’è anche la lesa maestà ma Pertini non ci capa proprio in quel mondo dove – per dirla col titolo del libro di Pillitteri – “Tutto poteva accadere…” (Edizioni Mursia).

Intanto è il 1992 e tutto va a finire. Si atterra a Linate e c’è la nebbia. L’inverno di Milano è bellissimo e l’aeroporto, in quel suo essere sempre Natale, trabocca di lusso e benessere.

Nastri magnetici che vanno ad avvolgersi a giganteschi cerchi raccolgono le intercettazioni. Fatture incrociate – ancora cartacee – fabbricano architetture cifrate di bilanci e finanziamenti occulti. Ci sono i soldi, “i soldini” – per come li evoca Mattia Feltri firmando la prefazione al libro del sindaco – ma quella è, propriamente, “la stagione dove si diceva cazzo e non cacchio”.
Tutto va a finire e nel 1992 Paolo Pillitteri conclude – lo è dal 1986 – la sua sontuosa avventura di sindaco. Le pellicole che raccontano quel tempo, film dozzinali con dentro i comici e i cummenda, ci restituiscono una tavolozza dai colori acquosi, come se un Francis Bacon si attardasse tra i paninazzi delle ore piccole, al Derby con un giovanissimo Diego Abatantuono o nel backstage di una sfilata d’alta moda.

Si arriva a Milano e non si trova un posto in albergo, figurarsi all’Hotel Manin. Tutto va a finire e tutto è sold out. Nei ristoranti c’è la ressa del dopo teatro – e che teatro! – c’è il Piccolo, in via Rovani, 600 posti e ci sono, allora, Giorgio Strehler e Paolo Grassi intenti a fabbricare l’arte con Goldoni, Cechov e Shakespeare. E ci sono, quindi, Giorgio Strehler, Paolo Grassi e, con loro, Goldoni, Cechov e Shakespeare, indaffarati a iscriversi presso la locale sezione del Psi.

Pillitteri, che tutti sbrigativamente rubricano sotto la definizione “cognato di Craxi” – e lui stesso adotta una sigla, CdC – ha alle spalle un rodaggio: nel 1970, da assessore, vara la celebrazione del Nouveau Realisme. Arriva Christo e il Pilli gli firma l’autorizzazione a impacchettare i monumenti in piazza Duomo.

Altro che Cattelan, altro che il Dito di piazza della Borsa. I monarchici denunciano Pillitteri per vilipendio. Re Vittorio Emanuele II si ritrova, infatti, impacchettato. E così anche la statua di Leonardo in piazza della Scala solo che arrivano i fascisti – “trama nera, trama nera, sol con te si fa carriera…” – e tentano di bruciare l’opera d’arte per rendere giustizia a Dio, alla Patria e alla Famiglia.

Altro che il Dito di piazza della Borsa. C’è ben più di un Dito. Una sorta di lingam, infatti – insomma, un cacchio! – viene collocato in piazza Duomo.

Il coso, bello dritto, viene programmato per eruttare – tra fuochi e suoni – una scia argentea giusto a simboleggiare la fertilità.
Altro che Albero della vita, altro che l’Expo di oggi.

Il coso, bello dritto, eiacula il fertilizzante e Aldo Aniasi, il sindaco, chiama al telefono Pillitteri – nel bel mezzo del rodaggio culturale – e lo informa di un fatto grave: “Hanno chiamato dall’arcivescovado, si sono ritrovati il coso davanti, proprio in faccia, e il cuore del cardinale adesso sanguina”. Pillitteri si precipita in arcivescovado e lì trova un amico prodigo di misericordia e perdono: “Paolo, omnia munda mundis”.

Altro che Albero della vita. Altro che l’Expo di oggi (con le sue pappe etniche e i numeri gonfiati) e in soccorso di Pillitteri, come racconta in questo libro-intervista firmato anche da Roberto Vallini, con un articolo sul Corriere della Sera scritto in difesa del Nouveau Realisme e di qualunque fertilizzante, da impacchettare o no, arriva Dino Buzzati.

Tutto va a finire nel 1992, Madame Guillotine sta sullo sfondo e gli interni degli aeroplani vantano i Levrieri di Trussardi, i cataloghi Alitalia offrono ai clienti gadget esclusivi: gli orologi, i portafogli e la tessera del Club Freccia Alata.

Tutto è nel passato e oggi, a Milano, si arriva in Stazione Centrale. I treni hanno le connessione wi-fi ma l’approdo è più mesto, è tristo ed è equo-solidale. Non s’incontrano da subito le modelle, piuttosto i profughi e i soldi, anzi, i soldini, non ci sono più.
Milano, nel 1992, è la città del design e della pubblicità. Adesso è crisi nera. A Milano, nel 1992, si fanno i giornali. Adesso è crisi nera. Milano, nel 1992, è la città dei socialisti. Adesso è democratica. Milano, nel 1992, offre dal proprio skyline la Madonnina ma, con Lei, sbuca anche il collo zuccheroso della bottiglia Ramazzotti (giusto a confermare una diarchia pacificata, tra santità e alcol, d’identità e accelerazione). Adesso ci sono nuovi grattacieli, ma – in quel suo essere sempre Quaresima, Milano – sono soldini che se ne vanno altrove, in Cina.

Tutto è finito in quel 1992 e se un Silvio Berlusconi, convocato da Bettino Craxi, si ritrova a soppesare un giornale di Adriano Sofri per finanziarlo immaginandone però colori e fotografie – “ecco, non dico un nuovo Panorama o un Espresso, no, ma un Sorrisi e canzoni tv, però di sinistra!” – tutta quella Milano, nel flusso narrativo di Pillitteri, più che come un archivio di memorie la cui fragrante promessa è l’inedito, torna come un romanzo straniante.

Tutto è finito, non ci sono più Giò Ponti e Vittorio Gassman; non ci sono Renato Cortina e Massimo Pini; non c’è quella banda di ceffi elettrici gettata sulla pista a far il ballo di una sola danza. E non c’è oggi, occorre riconoscerlo, una potente operazione verità come quella che – correva l’anno 1977 – riesce a mettere in opera Carlo Ripa di Meana.

Allah gliene renderà merito. Ripa di Meana, presidente della Biennale di Venezia, orchestra la definitiva rupture che, scrive Pillitteri, “scompaginerà i vecchi giochi del monolitismo gauchiste culturale posto davanti alle laceranti eresie del dissenso sovietico, e in piena era Breznev”. Anche questo è il Psi di Bettino Craxi.

Tutto è finito e solo un cinefilo come Pillitteri può strappare dai suoi ricordi scene da sceneggiatura come quella sull’appena evocato “Sorrisi e canzoni tv, però di sinistra”, e poi quest’altra qui, di seguito. L’occasione è quella del lancio di un nuovo modello Alfa Romeo (ormai ceduta al dominio Fiat). L’appuntamento col bel mondo e la bella gente di Milano è al Palatrussardi dove, per un’alchimia promozionale, si ritrovano insieme, sul palco, due tipi in vero strani (e mal assortati): Alberto Sordi e Gianni Agnelli.

Ecco, si attende il ciak: “Sordi e l’Avvocato”. “Tra l’altro”, racconta Pillitteri a Vallini, “è un titolo per un racconto che avrei voluto scrivere fin da allora ma non ci sono ancora riuscito. Il punto dolente di quella serata fu Alberto Sordi”.

Ecco, “Il punto dolente”. E così prosegue Pillitteri nel suo racconto: “Dolente nella misura con la quale Sordi riuscì a impersonare non la maschera ma l’essenza dell’uomo che rimpicciolisce davanti a un potente, dell’artista che si fa umile umile, del comico che quasi s’inginocchia, della finta maschera dell’adulatore per antonomasia che invece si snatura, si maschera e diventa se stesso negandosi alla recitazione, al suo ruolo, alla maschera appunto, che è affettazione ironia, parodia, critica”.
Ecco, tutto è finito ma non l’albertosordismo come autobiografia dell’Italia profonda. Lo stesso attore, in quegli anni, indossa i panni del personaggio creato dall’esorcismo collettivo. Il film è “Tutti dentro” e Sordi, coi capelli allungati sul collo, si avvolge nella toga. Rossa va da sé.

Tutto va a finire con tutti dentro. Apro una digressione: l’ultima volta che ho incontrato Antonio Di Pietro, il protagonista del the end di Milano, è stato negli studi de “L’aria che tira”, la trasmissione di Myrta Merlino. Non si è ancora in onda. Di Pietro è seduto, sbuffa, si alza, sbuffa ancora e borbotta. Lo osservo, mi sorride, io faccio quello che non ha capito e lui mi ripete forte e chiaro ciò che ha appena detto a mezza bocca: “L’unico arresto che dovevo fare non l’ho fatto”.

Il solito: tutti dentro. Un poco mi viene il gelo addosso. Non si sa mai. Di Pietro sorride. Prendo coraggio e gli chiedo: “Ma chi dovevi arrestare?”. Sorride ancora, anzi, ride, lamenta una fitta alla schiena e dice: “La vecchiaia, la vecchiaia dovevo arrestare!”. Arriva Myrta Merlino e comincia la diretta.

Ecco, chiudo la digressione e apro il libro di Paolo Pillitteri. Nel frontespizio, a modo di viatico, c’è una citazione che svela il senso di questo rewind. E’ questa: “Ma, insomma, perché ce l’avete tutti con la nostalgia? E’ l’unico svago che c’è rimasto…”. E’ Carlo Verdone a parlare. Ed è in una scena de “La grande bellezza”, il film di Paolo Sorrentino, e Pillitteri, pur sempre uno che sa volgere il racconto nel segno filmico, in questo libro si prende lo svago per eccellenza, quello della politica svaporata nella grande distanza del tempo che fu. Riprende un filo – nel tutto finito, coi morti e, infine, i sopravvisuti – proprio oggi che la sinistra passa “dal Che a Chi, da Castro ad Alfonso Signorini”.

Tutto è finito, non c’è più Bettino Craxi ma un ex boy scout bravissimo a illudere il popolo boia e voltagabbana essendo, di suo, cattivo di animo, rottamatore di persone, strafottente e precipitoso nonché erede del vivacchiare d’Italia. Matteo Renzi, appunto: “E’ più Amintore Fanfani che Bettino Craxi”.

C’era il 1992, c’era una volta Milano e c’era, dunque, un tempo in cui tutto sembrava potesse accadere. Roma se ne stava assopita, raggomitolata su se stessa, nella nube di minestroni galleggiante negli androni dei palazzi del potere dove i garofani rossi del Psi non riuscivano a mitigarne il tanfo. Ma c’era stata tutta una stagione: “Cosicché, non dimenticare Massimo Pini”. E’ uno dei pochissimi amici personali davvero consigliere di Bettino”. Pillitteri, che non conosce rancori, abita un mondo tutto suo che dovrebbe diventare tutto nostro. Era anche questo il Psi di Bettino Craxi, di CdC e di Massimo Pini: “Lo ricordo”, scrive ancora Pillitteri, “a una mostra del Cinema di Venezia, credo nel ’68, quando un suo autore di nome Carmelo Bene diede in anteprima il film “Nostra Signora dei Turchi”, dal romanzo edito appunto da Pini e, nonostante le contestazioni in sala, anzi, proprio per quelle, mi diceva Massimo, occorreva dargli una mano a portare un po’ di quei volumi all’Excelsior per la conferenza stampa”.

C’era il 1992, c’era una volta Milano e c’era, infine, un tempo destinato a essere il nostro straniante romanzo.

Fonte: Il Foglio