Perché a Mosul si muore? La storia di Mosul e Kirkuk, come quella di Aleppo e della Siria, è la storia della spartizione coloniale di un secolo fa sulle spoglie dell’Impero ottomano, delle rivalità tra arabi sunniti e sciiti, delle sofferenze dei curdi, dei cristiani, dei turcomanni, degli armeni, dell’emarginazione crudele degli yezidi, della nascita artificiale dell’Iraq e del senso profondo di guerre, conflitti per il petrolio, rivolte, massacri e atti di terrorismo che agitano il cuore del Medio Oriente e sono poi arrivati dentro l’Europa. Per questo la battaglia di Mosul riguarda tutti: è un appuntamento con la storia e con il nostro futuro. Con quella di Aleppo si inserisce nella crisi Est-Ovest e nel clima da guerra fredda e ibrida che sta opponendo Washington e Mosca. Due battaglie differenti ma con una caratteristica comune: un’impietosa disumanità, se sarà confermato che tra giovedì e venerdì l’Isis ha ucciso a Mosul 284 persone, tra loro molti ragazzi e bambini. Per l’Isis i civili sono scudi umani, uno strumento per seminare terrore e vendetta, insieme alle autobombe degli attentatori kamikaze, alle trappole esplosive, agli incendi dei pozzi di petrolio. I corpi sono stati seppelliti in fosse comuni ricoperte di terra con i bulldozer. Le esecuzioni sono avvenute a sangue freddo, con un colpo d’arma da fuoco alla nuca.

Mentre i peshmerga curdi di Massud Barzani e le forze dell’esercito di Baghdad annunciano la liberazione di nuovi villaggi, con offensive a Tal Kayf, postazione strategica a 10 chilometri a nord-est di Mosul e a Hamdaniyah, località ormai quasi svuotate dalla popolazione civile, il Califfato prova a colpire dove il nemico è più vulnerabile. I jihadisti usano cellule dormienti e si infiltrano anche come rifugiati, come è avvenuto a Kirkuk con l’attacco a sorpresa di venerdì. Anche quando sarà sconfitto a Mosul in Iraq e nella sua capitale siriana, Raqqa, lo Stato Islamico continuerà a costituire una minaccia alla stabilità dell’area. Intorno a Mosul si consumano le tensioni di una geopolitica sempre più mobile. Il segretario alla Difesa Usa, Ashton Carter, è giunto ieri a sorpresa in Iraq dopo una tappa delicata in Turchia. Carter ha affermato che Ankara e Baghdad hanno aggiunto un “accordo di principio” sul ruolo turco nella battaglia di Mosul. Sarebbe il secondo del genere del presidente Erdogan: il primo, secondo la stampa turca, è stato con Putin per l’evacuazione dei ribelli qaidisti di Al Nusra da Aleppo Est. Così Erdogan ha via liberi per bombardare i curdi siriani, alleati degli Stati Uniti. Sono in atto negoziati dove si scambiano città, popolazioni e milizie come in un sanguinoso monopoli. La battaglia di Mosul contro l’Isis e soprattutto quanto avverrà dopo ha questo significato: determinare come sarà il nuovo Iraq, che non è mai nato davvero dopo l’invasione americana e la caduta di Saddam nel 2003 quando è stato scoperchiato il vaso di Pandora delle contrapposizioni settarie e del terrorismo che ha trovato nell’Isis la sua espressione più feroce.

È il passo d’addio di Obama che ritirò le truppe dall’Iraq nel 2011 ed è stato costretto a rimandarle: un modo per rimediare i calcoli sbagliati dell’America e dei suoi alleati, arabi e occidentali, qui e in Siria, controbilanciando con un successo contro il sedicente Stato Islamico di Al Baghdadi l’avanzata di Mosca tra il Mediterraneo e la Mesopotamia. È un regolamento di conti non solo con il Califfato ma anche con quella storia cominciata con la spartizione anglo-francese di Sykes-Picot nel 1916, come dimostrano le accese rivalità tra il governo di Baghdad e i turchi, le tensioni tra le milizie sciite e i curdi e la partecipazione interessata delle forze armate americane e occidentali. Nella pianura brulla, quasi desolata, tra Mosul e Ninive, si sono date appuntamento le ambizioni di potenze globali e regionali, dalla Turchia all’Iran, qui convergono timori e speranze di interi popoli e di minoranze represse. Ognuno rivendica qualche cosa: sfere di influenza, basi militari, territori, petrolio, pipeline, città, villaggi, vestigia storiche e religiose dense di simboli e di memorie contrastanti, eredità contese che hanno cambiato padroni e abitanti dozzine di volte. Sono questi i pezzi di un mondo ex, di imperi travolti e nazioni disgregate, finito con i suoi frammenti nella polvere della battaglia di Mosul.

Fonte: Il Sole 24 Ore