C’è un tema costantemente assente dai dibattiti nella sinistra: quello del fisco e quando se ne parla sarebbe stato meglio che non se ne fosse parlato.

Ogni tanto c’è qualche generico slogan del tipo “che anche i ricchi paghino le tasse” senza, peraltro, mai dire come fare a fargliele pagare. Semplicemente il tema è ignorato, e si ripiega sulle piccole manovre che spremono il ceto medio. Questo in un paese con la più alta pressione fiscale di Europa che (sommando quella diretta e quella indiretta) supera di slancio il 50% del Pil.

Da Monti in poi è iniziata una sciagurata politica fiscale, poi proseguita pedissequamente da Letta e Renzi, il cui risultato è una flessione secca del Pil che ha contribuito a portare il rapporto debito-Pil dal 119% al 133%. In questi anni abbiamo avuto una grandinata di fallimenti delle imprese e i tassi di disoccupazione sono schizzati a livelli senza precedenti. Il tutto mentre veniva propalata senza vergogna la bufala merkeliana della “austerità espansiva”, come dire “la fortunata sciagura”, “l’allegra agonia”, l’”onesta rapina”.

E’ evidente agli occhi di tutti che, se prosegue questa morsa fra alti interessi bancari e pressione fiscale fuori misura, possiamo far fagotto ed emigrare tutti, perché nel giro di qualche anno saremo ridotti peggio della Grecia. Dunque, nel programma di un partito di sinistra, al primo posto, dovrebbe esserci il taglio secco ed immediato delle tasse, in primo luogo abolizione di ogni tassa sulla prima casa e riduzione di almeno 4 punti dell’Iva, che colpisce soprattutto i ceti deboli ed il consumo.

Invece, proprio non se ne parla. Perché? Perché parlare di tagli al fisco è una cosa di destra, un favore ai ricchi. Non è detto che i vari Vendola, Landini ecc. vi rispondano esattamente in questi termini, ma è quello che pensano. Uno dei luoghi comuni più cretini del sistema solare.

Per capirlo, bisogna capire che nella testa dei nostri ci sono due idee fisse:

a. le tasse sono “bellissime” perché così si redistribuisce la ricchezza

b. la spesa pubblica è flessibile solo al rialzo perché bisogna allargare lo Stato sociale.

Idee che avevano un loro (relativo) fondamento in tempi di keynesismo trionfante. Ma in epoca di neo liberismo imperante la verità è il contrario: pagare le tasse opera una redistribuzione della ricchezza, ma dai ceti medi e deboli a quelli più ricchi, attraverso il meccanismo degli interessi sul debito pubblico e la spesa statale si dirige in larga parte nelle tasche del management statale e para statale. Dunque il contrario di quello che era prima. Poi bisogna considerare che, anche in tempi di keynesismo, il buon senso non va in vacanza e il prelievo fiscale non può superare certi limiti, oltre i quali si strangolano consumi e profitti di impresa.

Veniamo ad un magnifico esempio dei luoghi comuni della sinistra in materia fiscale: la tassa sulla casa la cui abolizione fa inorridire Bersani (che, ripeto, è uno che dovrebbe aprire bocca solo per autodenigrarsi) e il giovane turco Fassina. L’argomento che piace tanto a sinistra è che farlo in modo indiscriminato è un favore ai ricchi, che hanno case lussuose a piazza Navona o a Cordusio e possono pagare e, quindi, che paghino. Cercheremo ora di dimostrare che si tratta di una barbonata culturale, populismo da due soldi ed in mala fede.

La questione ha tre aspetti: uno morale, uno economico ed uno giuridico. Di quello giuridico parleremo in un pezzo apposito in altra occasione, vediamo gli altri due.

Iniziamo dal primo: è sicuramente giusto che chi più ha più deve dare, va bene, ma questo ha senso se la misura in questione incide in modo efficace, non se si tratta di una sparata propagandistica di nessun effetto pratico. In primo luogo, occorre stabilire la soglia o le soglie oltre le quali si può stabilire un coefficiente di ricchezza, magari gradato. Cosa è una casa di lusso? Mettiamola in termini di valore monetario. Tutti saremo d’accordo a dire che un appartamento di 200 metri quadrati da 12.000 euro a metro quadro nel nuovo grattacielo milanese di citylife è una abitazione di lusso, ma una casa da 400.000 Euro a Trastevere o a Lambrate è una casa di lusso?

Il populista di sinistra (frequentatore di salotti e terrazze romane, beninteso) dice: al primo facciamo pagare una tassa pari all’ 1% del valore, al secondo una dello 0,1%. E questa vi pare una cosa giusta? Non vi viene in testa che lo 0,1% su un appartamento da 400.000 euro pesa molto di più sul reddito di un contribuente del ceto medio che non l’1% della casa da 2 milioni di Euro di un contribuente che, se ha una casa così, sicuramente ha un reddito molto superiore al quintuplo del precedente. La scienza economica (vedi il coefficiente Gini) ci insegnano che ci sono spese come l’alimentazione e l’abitazione la cui incidenza cala sensibilmente man mano che il reddito sale: non lo sapevate grandi economisti della gauche caviar? Eppure, dati i vostri redditi presumibili, dovreste saperlo almeno per esperienza. Realisticamente, quell’appartamento a citylife, rappresenta meno del 5% (ed in molti casi meno dell’1% o lo 0,1%) del Paperon Paperoni che la abita.

Se vogliamo realizzare una giustizia impositiva dobbiamo tassare il contenuto del deposito di Paperone, non le mura del deposito, vi pare?

Quindi come moralisti, i vari Bersani e Fassina non valgono una cicca. Sono solo furbastri di buon reddito che fanno facile populismo. Comunque le istanze di ordine morale, quando si parla di politica o economia, hanno un peso relativo, veniamo a quello che conta di più: l’economia.

I dati dicono che, a partire dal governo Monti, le tasse sulla casa sono più che raddoppiate rispetto alla vecchia Ici e fatte le dovute rivalutazioni questo ha provocato una caduta vertiginosa dei prezzi delle abitazioni che, fatto 100 al 2010, oggi, secondo l’Istat, è arrivato a 82,9%. Va detto onestamente che i prezzi immobiliari, almeno sino al 2007-8 erano obiettivamente gonfiati, ma una caduta di 1/5 in cinque anni è uno sproposito che non solo deprime i consumi, ma ha effetti disastrosi sul mercato immobiliare. Questo significa che si sta puntando a scoraggiare la casa di acquisto, in favore della casa in affitto, con l’effetto indiretto di premiare la rendita immobiliare, una volta che gli italiani avranno svenduto le case di proprietà ed allora, magicamente, le tasse caleranno.

Ovviamente, questo non significa che la casa sia un bene non tassabile in assoluto, ma in limiti di ragionevolezza. Sulla casa, come su ogni altro bene (dalle barche alle auto) il cittadino italiano paga al momento dell’acquisto una tassa.

Inoltre è giusto pagare il servizio ricevuto in termini di raccolta dei rifiuti o di assetto della viabilità o delle opere di urbanizzazione, ma, dopo questo, di che stiamo parlando? Il fatto è che i governi italiani hanno usato le tasse sulla casa come un bancomat, il che ha causato ora una caduta verticale dell’industria edilizia (non mi riferisco solo a nuove costruzioni ma anche a ristrutturazioni di quelle esistenti). Ma quando si ferma l’edilizia, si ferma tutto, perché, oltre che cadere l’occupazione nel settore delle costruzioni, si fermano le industrie dei materiali (cemento, ferro, marmo, legno, porcellane, vetro, gomma rubinetterie ecc); forse non ci avete mai fatto caso, ma il mattone è il più importante attrattore del ciclo economico, anche più dell’auto.

Dunque alleggerire la mano sulla casa è una misura necessaria a ridare fiato al principale motore industriale del paese. Infine: abbiamo detto che se vogliamo riequilibrare i pesi fiscali, dobbiamo mettere le mani sulla grande rendita finanziaria. In questo senso le tasse sulla prima casa dei “ricchi” sono la classica puntura di spillo ad un elefante, ma anche una misura del tutto irrisoria dal punto di vista del gettito. Le case di abitazione di gran lusso sono una percentuale ridottissima del patrimonio immobiliare italiano e realisticamente possono produrre un gettito molto inferiore all’1% del gettito fiscale. Questo è come dire che si combatte l’evasione fiscale con le retate a Cortina d’Ampezzo o sulla riviera ligure (ricordate i primi tempi di Monti): roba da dare in pasto all’opinione pubblica per coprire la vera grande evasione fiscale.

Urlare all’ingiustizia sociale per questo è solo una sparata populista per distrarre l’attenzione dal tema vero che è quello della rendita finanziaria.

Un espediente miserabile di un ceto politico ancor più miserabile che dopo aver fiancheggiato Monti ha il coraggio di presentarsi come “sinistra”.

Fonte: aldogiannuli.it