Che cosa hanno in comune l’Egitto e il Pakistan dove lunedì a Quetta c’è stato un altro tremendo attentato terroristico? Sono entrambi Paesi dove le forze armate, tranne brevi parentesi, occupano da sempre i vertici dello Stato, due nazioni sovrappopolate (90 milioni l’Egitto 190 il Pakistan) e con scarse risorse (i due hanno un quarto del Pil italiano), alle prese con il terrorismo e un’economia che non produce abbastanza ricchezza e posti di lavoro. La disoccupazione resta comunque il bacino di reclutamento dove attingono i gruppi radicali islamici e i jihadisti, oggi così come tre decenni fa. Ma hanno anche un’altra cosa in comune, gli accordi di prestiti con il Fondo monetario: 6,5 miliardi di dollari il Pakistan, 12 il Cairo, dove il governo del generale Abdel Fattah al Sisi ha dato ordine ai militari di sequestrare tonnellate di zucchero nelle fabbriche dolciarie. Un altro segnale, assai amaro, della crisi incombente. Le ricette del Fondo monetario, è noto, sono piuttosto stringenti: dirette soprattutto a tagliare drasticamente o ad abolire i sussidi di stato erogati per sostenere gli acquisti dei beni di prima necessità.

Gli egiziani tentano di resistere ma è già iniziato l’accaparramento di merci essenziali e in realtà sanno perfettamente che dovranno cedere, come hanno già dovuto fare i pakistani. Perché due Paesi in lotta contro il terrorismo – l’Egitto in Sinai, il Pakistan nella ribollente North West Frontier e in Balucistan – si sono messi nelle mani del Fondo? Perché non ci sono alternative: sono sommersi da montagne di debiti, terrorismo e instabilità frenano gli investimenti stranieri e il Pakistan è anche soffocato dalle tensioni con il potente vicino indiano mentre il famoso corridoio economico con la Cina stenta a decollare. Secondo il premier pakistano Nawaz Sharif in questi anni il terrorismo è costato 24mile vittime e 100 miliardi di dollari. L’Egitto, pur confortato dalla recenti scoperte di mega-giacimenti di gas, come quello dell’Eni a Zhor, ha un tasso di crescita demografico esplosivo e anche le risorse idriche, assorbite al 90% dall’agricoltura, sono sempre più scarse, così come per il Pakistan che attinge al bacino dell’Indo sotto controllo dello storico nemico indiano mentre l’Egitto dipende dal Nilo e dalla contesa, mai sopita, con l’Etiopia. Ma oltre a queste motivazioni Egitto e Pakistan ne condividono altre che li hanno spinti ad aprire le braccia all’Fmi. L’Arabia Saudita, stato finanziatore del generale Al Sisi e di Islamabad, sta stringendo i cordoni della borsa. Un po’ per ragioni economiche – le finanze saudite non sono più quelle di un tempo dopo la guerra al ribasso sul petrolio – ma soprattutto politiche.

Riad è furibonda per il voto favorevole del Cairo al progetto di risoluzione all’Onu, poi bocciato, della Russia sulla crisi siriana. Al Sisi ha stretto rapporti con Putin, che dopo la riappacificazione con Erdogan non perde occasione per corteggiare Paesi del campo filo-occidentale. Una mossa rischiosa per il Cairo che deve all’Arabia saudita la fragile stabilità del suo regime. Subito dopo il colpo di stato che nel 2013 ha abbattuto i Fratelli Musulmani (avversari del regime wahhabita saudita), Riad ha depositato miliardi di dollari nella Banca centrale egiziana. Se Al Sisi rompe con i sauditi deve trovare altri puntelli: il regime, impegnato in una guerra sanguinosa con l’Isis nel Sinai, ha fatto della guerra all’islamismo, da quello politico della Fratellanza a quello jihadista dell’Isis, la sua priorità. Ma anche il Pakistan sconta qualche frizione con la monarchia wahabita di cui ha accolto negli anni Ottanta l’ideologia religiosa, lautamente finanziata ma che ha ispirato due generazioni di jihadisti. I pakistani hanno rifiutato di schierarsi con Riad nella guerra in Yemen contro gli Houti sciiti. Non vogliono tensioni con il vicino iraniano e incoraggiare i gruppi terroristici che prendono di mira la minoranza sciita. Ecco perché Islamabad e il Cairo adesso accettano le aspre ricette del Fondo monetario.

Fonte: IlSole24Ore