Mi piacerebbe cantare l’Europa alla maniera di Orazio: “Tu non lo sai di essere la sposa / di Giove, l’invincibile: impara / a portare un destino di grandezza. / Uno spicchio del mondo avrà il tuo nome” (è una traduzione vecchiotta, un po’ troppo libera forse ma bella, di Enzo Mandruzzato per la Bur). Mi piacerebbe ma non posso, perché non indovino alcun destino di grandezza nel così detto Vecchio continente. Non scorgo alcunché di nobile, in questa ribalda copia del sacro romano impero della nazione germanica, che già di suo fu un equivoco fondato sull’usurpazione, poiché da Carlo Magno in poi non c’è stato un solo sedicente imperatore legittimamente depositario del fas e dello ius romani, del diritto e di un’autorità fatale, celeste perfino, d’origine romana.

Da ragazzino avevo coltivato idee parecchio diverse, i miei cattivi maestri (cattivi anche in senso buono) delle catacombe cercavano di alimentare in noi il mito di un’Europa dei popoli contrapposta a quella dei mercanti, la prima avrebbe perduto la Seconda guerra mondiale contro i cattivi in grisaglia, affamati di denaro e pronti a speculare sulla pelle e sulle viscere dei popoli europei precipitati in un folle conflitto civile. Oggi non ci credo più, e non aspettavo certo il brutto caso di Ventimiglia per ricredermi, non c’era bisogno della Francia egoista e giacobina che spranga le porte ai migranti africani in transito dall’Italia, la Francia profondamente xenofoba dell’eguaglianza coatta ed escludente (non c’è nulla di più anti xenofobo dell’ineguaglianza), così come l’Austria neoasburgica e la Germania neoguglielmina. Avessero vinto i fascismi sarebbe stata la stessa cosa, al posto dei mercantilismi di stato e dei banchieri apolidi avremmo avuto una robusta germanizzazione, una nazificazione, e vi lascio immaginare. Il punto è che non esiste alcuna Europa da rievocare, se non quella romano-greca che però anche quella non era l’Europa dei popoli europei, era l’Europa della civiltà romano-greca che si estendeva in tutte la latitudini del Mediterraneo.

Oggi quella eredità si è frammentata in molti rivoli: l’operosità silente degli antichi romani, esemplificata dal res non verba latino, è divenuta nel tempo un patrimonio prussiano, ma i Germani sono rimasti nell’essenza i terribili e vigorosi barbari ammirati da Tacito: hanno conservato un fondo di tetragona ferinità, un suprematismo del sangue e del suolo privo di trascendenza universale, malgrado i tentativi del dantesco Arrigo VII di Lussemburgo (Federico II di Svevia era genuinamente italiano e romano, e il punto è proprio questo). I Germani hanno introiettato qualcosa di romano, sì, ma non sono in grado di romanizzare: germanizzano, semmai, mettendo in scena il crepuscolo degli Dei, danzando sotto la luce del loro maschio e romantico dio lunare (per i Germani il Sole è una femmina). I Francesi pure ve li raccomando. Il Re Sole ha parodiato il cesarismo di Eliogabalo, disboscando vite e prerogative aristocratiche. Usando un linguaggio contemporaneo, potrei dire che Luigi XIV ha disintermediato il rapporto tra la monarchia e il popolo, e così, due Luigi dopo, la monarchia ci ha lasciato la testa, il popolo ha prodotto il terrore dei sanculotti, la reazione ha prodotto Napoleone Bonaparte, un altro sedicente romano, illegittimo, velleitario, perdente. A Parigi sopravvive una grandeur atomica disanimata e ipocrita, figlia dei peggiori Lumi. Se sono queste le radici dell’Europa, meglio non parlarne più. E l’Italia? L’Italia è l’origine e il compimento di destini che ne travalicano il limes naturale e storico. C’è un motivo preciso, se nessuna luce di potenza ha mai illuminato un condottiero o un popolo o una religione che non abbia tentato di ricollegarsi al mito di Roma, alla sua forza creatrice e ordinatrice. Non è sciovinismo antiquario, il mio, è un fatto illustrato (in superficie) da una letteratura con pretese di scienza. Il motivo è che i simboli non muoiono, entrano in latenza casomai, chi poi va a svegliarli se ne assume il peso sfolgorante, e se non si dimostra all’altezza, se vampirizza e basta, finisce in disgrazia, a volte appeso a testa in giù come Cola di Rienzo, un altro famoso disintermediatore. Non volevo dilungarmi, qui, sui rovesci del cesarismo d’ogni ordine e grado, voglio dire che l’Europa matrigna è un fallimento in itinere, e che una Rinascenza italiana avrebbe potuto salvarla, e se è per questo potrebbe ancora salvare il Mediterraneo intero. Ma non è troppo tardi? E come fa l’Italia a rinascere, e come fa l’Europa ad assecondarla docile? Risponde Orazio: “Ed ecco che mi portano sicuro, / difeso dalla mia nave leggera, / sull’Egeo più selvaggio, il vento e i Dioscuri”. Tre versi non sono sufficienti a sfamare l’esigenza dell’intelletto razionale, eppure in questi versi c’è quel che conta: la migrazione, il vento, i divini Gemelli custodi dell’Urbe.

Fonte: Il Foglio