Oggi l’America vota al termine della campagna elettorale più sconcertante degli ultimi anni. E’ difficile dar torto alla maggior parte degli americani che affermano di non riconoscersi in nessuno dei due candidati. In un’America normale, Trump avrebbe potuto essere, al massimo, la star di un reality televisivo mentre Hillary è gravata da un passato talmente pesante che mai avrebbe potuto avvicinarsi alla Casa Bianca. Invece sono in corsa entrambi a testimonianza di due profonde fratture. La prima è sociale: oggi gli Usa non sono più il Paese della speranza e della crescita. I dati reali sull’economia americana rivelano che la classe media è ormai annientata, che i giovani si indebitano per studiare nelle migliori università e poi non trovano lavoro, che la gente per sopravvivere deve fare più mestieri, che l’indebitamento privato affossa le economie domestiche. L’americano medio – non quello di New York o San Francisco – si sente tradito e spesso è disperato. Otto anni fa aveva creduto ad Obama, quello della speranza e del Yes We Can: era il volto bello e rispettabile di una politica che prometteva vero cambiamento, sappiamo com’è andata a finire. L’onda lunga di quella delusione ha screditato i partiti tradizionali legittimando un personaggio fuori dagli schemi come Trump. L’altra frattura è dentro l’establishment. Le élite americane sono diventate autoreferenziali, prive di contatto con il Paese reale e troppo ricche per restare eque. Il meccanismo di selezione di queste élite si è inceppato o più probabilmente è marcito: un’America che elegge Bush padre e poi Bush figlio e che ora propone come presidente la moglie dell’ex presidente Clinton denota gli stessi difetti dell’aristocrazia europea, quella – per intenderci – spazzata via dalla Rivoluzione francese. Le email diffuse da Wikileaks e dalle indiscrezioni sulla Fondazione Clinton svelano la metà nascosta del potere, fatto di corruzione implicita e talvolta esplicita, scambi di favori tra potenti, asservimento della stampa, logiche di clan, perseguimento di agende segrete troppo distanti da quelle proclamate in pubblico. Guardate questo schema:

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Come può essere credibile una famiglia, quella dei Clinton, che di fatto barattava colloqui personali – a quanto pare anche al Dipartimento di Stato – e comparsate a convegni a colpi di donazioni milionarie alla propria Fondazione? Donazioni che provenivano anche da Paesi inqualificabili? Tramite Assange abbiamo saputo che a volere la caduta di Gheddafi non è stato l’ex presidente francese Sarkozy, come ipotizzato finora, ma Hillary e contro addirittura la volontà di Obama. Ecco perché quando ci si chiede quale sia il candidato migliore, io rispondo che bisogna chiedersi quale sia quello meno scadente e meno pericoloso per noi europei. Trump è un’incognita ma l’esperienza dimostra che quando personaggi eccentrici entrano nella stanza dei bottoni, di solito moderano la propria visione del mondo, si rendono conto del proprio potere e diventano più prudenti. Trump è un uomo d’affari: sa che ci sono delle linee rosse da non superare. Hillary, invece, purtroppo è senza misteri: rappresenta la continuità della politica neoconservatrice che, dall’11 settembre 2001, ha caratterizzato la politica estera americana e che si è tradotta nella destabilizzazione dell’Iraq, dell’Egitto, della Tunisia, della Libia, della Siria, dell’Ucraina, in una guerra al terrorismo che ha portato a più terrorismo e alla nascita dell’Isis, in circostanze peraltro molto ambigue. Rappresenta quella parte di America che vuole regolare i conti con la Russia, perseguendo una politica anti Putin pretestuosa e per noi europei nefasta. Una politica che domani potrebbe condurre a una guerra con il Cremlino. Ecco perché tra i due candidati il più pericoloso, per noi europei, è, paradossalmente, colei che la stampa dipinge come moderata e progressista: Hillary Clinton.

In ogni caso: che delusione questa America.

Fonte: Il Giornale