Rischiatutto vale più di un premio Oscar. Altrimenti come spiegare la Rai – la prima azienda culturale d’Italia – che a Fabio Fazio dà alcuni milioni mentre a Ennio Morricone, che porta lustro alla Nazione, offre una cifra che non corrisponde manco al rimborso spese: “Ci sono diecimila euro per lei e per l’orchestra”. Così, offrendogli la colonna sonora per un film di Alberto Negrin, gli hanno detto a Viale Mazzini. Rischiatutto, la novità proposta nel segno del fabiofazismo, evidentemente giustifica un investimento. E ciò in conseguenza dei prodigi d’agilità dorsale di Che tempo che fa, una sorta di cinegiornale dell’happy regime renziano. A un mito come Morricone, invece, patate. Morricone – pluripremia – to, oggi Oscar per la migliore colonna sonora con The Hateful Eightdi Quentin Tarantino – può ben fregarsene di lavorare per la Rai, ma quel che dichiara al Corriere della Sera è ben più che la rivelazione di una sfacciata assurdità di mercato, è la denuncia di un andazzo. “Ora –dice ad Aldo Cazzullo che lo intervista – io posso anche decidere di lavorare gratis per la tv del mio Paese, ma i musicisti vanno rispettati. Incidere una colonna sonora con un’orchestra costa almeno 20, 30, forse 40mila euro. È stato un momento di grande imbarazzo. Così ho dovuto dire: basta, grazie”.
Diecimila euro, dunque. Sempre meno di due (o tre) ospiti di Fabio Fazio. Manco il rimborso spese. E l’andazzo è indicativo della considerazione che si ha, oggi – in quell’azienda culturale – dell’arte, dei talenti e della stessa ragione sociale del servizio pubblico. Sono vent’anni, infatti, che s’è smesso di pensare a un progetto per formare e allevare “televisionisti” se 15.000 dipendenti –sul cui naso passano i traccheggi di una privatizzazione ormai conclamata – sono lasciati a galleggiare, esclusi da ogni strategia editoriale. Le milionate di euro per i Fazio, per i Vespa o per i Conti non sono meritamente programmate anche per i vivai dove custodire l’eccellenza Rai che pure è stata l’azienda dove non c’era qualità, per quanto eccentrica o distante dai gusti popolari, che non fosse coinvolta. Proprio in radio, a M ix 24 , ho sentito Andrea Camilleri – ex dipendente Rai, con Umberto Eco, Furio Colombo, Fabiano Fabiani – raccontare come fosse cosa ovvia, in quell’azienda (la stessa che offre diecimila euro a un premio Oscar e a un’intera orchestra) sguinzagliarsi per ogni dove, recuperare il meglio e portarselo dentro casa. Appunto: “Rai, di tutto, di più”. Ecco il racconto di Camilleri: “Ettore Bernabei c’incaricò di andare da Luciano Bianciardi e di fargli un ricco contratto; era l’anno del grande successo de La Vita agra. Arrivammo da lui ma non riuscimmo a convincerlo. La tivù era guardata con sospetto dai grandi scrittori. Pranzammo insieme. Ma volle pagare lui”.
Bello sforzo, dunque, far tornare Mike Bongiorno per interposto Fabio Fazio. La prova di novità della Rai di oggi sarebbe, al contrario, quella di riprendersi Morricone. Non c’è altro vigore commerciale che il genio e ogni obiezione plebeista –abbassare il livello per guadagnare ascolto –frana perché giusto Morricone, non è solo popolare, è popolarissimo, anche in virtù dell’abito scuro e del tratto, tutto suo, di eleganza anticonformista. Un premio Oscar, editorialmente, ne genera mille di Rischiatutto. Questo è il punto. “E se la Rai tornasse a chiamarla?”, chiede Cazzullo. “È una storia finita”, dice Morricone, “li capisco. Sono ristrettezze necessarie, le condivido anche; ma non posso chiedere ai musicisti di suonare a proprie spese”. Ieri, Campo Dall’Orto, direttore generale, letto il giornale s’è premurato di telefonare a Morricone e questa volta sarà stato quest’ultimo a dire “pata – te” o – più educatamente – avrà ripetuto “basta, grazie” perché è fin troppo chiaro come l’andazzo sia diventato lo statuto. La Rai di tutti? Mai più.

Fonte: Il Fatto Quotidiano