In un clima di tensioni, paure, populismi, di muri reali e virtuali innalzati per la crisi dei rifugiati, risorge inaspettatamente a Bruxelles l’”Eurafrica”. Per la prima volta dopo molti decenni, pur di evitare che migliaia di persone arrivino alle nostre frontiere, il destino dell’Europa di fronte all’emergenza delle migrazioni viene legato a quello del continente africano, puntando sulle relazioni tra l’Ue e i Paesi di origine e transito dei migranti, con piani di investimento nelle loro economie da attuare con fondi non solo del bilancio comunitario ma anche dei privati. Ci si affida all’”effetto moltiplicatore”: mettere una fiche da otto miliardi in cinque anni per averne un giorno sessanta, come fossimo alla roulette. 
In realtà di tutto questo si parlava già alle origini dell’unione. «L’Europa dovrà essere in grado di realizzare uno dei suoi compiti essenziali: lo sviluppo dell’Africa», così recitava la Dichiarazione Schuman del 1950. Il ministro degli Esteri francese parlò allora proprio di “Eurafrica”, che avrebbe dovuto consistere non soltanto in un sistema di assistenza ma nella creazione di un’unione economica. Come mai Schuman era 
così avanti? 

L’idea era quella di frenare la spinta alla decolonizzazione di un continente ritenuto una riserva strategica di materie prime e risorse energetiche: tutto questo rimase in buona parte in mani europee e continuò ad esserlo anche dopo il 1960, l’anno delle indipendenze africane che rappresentò per molte nazioni un sogno concreto che si realizzava ma 
anche l’illusione dell’emancipazione. Qualche generazione dopo torna sull’argomento l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi e lo fa con un certo realismo che gli deriva dal suo ruolo di capo della maggiore compagnia straniera in Africa per attività e investimenti ma anche dalla conoscenza e dai suoi legami affettivi con il continente. «Per evitare che il gap si allarghi dobbiamo affrontare oggi il tema dello sviluppo dell’Africa. L’energia africana deve andare in modo prioritario allo sviluppo dell’Africa». E ha aggiunto: «La tragedia delle migrazioni con le sue drammatiche implicazioni – e in parte di ciò che sta accadendo anche in Libia – è legata alla mancanza di sviluppo: tra 20-30 anni la situazione sarà ancora più ingestibile, la popolazione africana arriverà a due miliardi eppure è lì che manca energia, che ci sono disfunzioni tremende da rimediare». Da qui al 2050 la popolazione africana potrebbe raddoppiare raggiungendo i 2,4 miliardi di persone prima di assestarsi nel 2100 intorno ai quattro miliardi: queste le proiezioni dell’Onu. La crescita demografica sta divorando i tassi di
sviluppo di un continente che conta per meno del due per cento del commercio mondiale e dell’uno per cento della produzione industriale globale. 

La speranza sono ancora le risorse energetiche, minerarie e le materie prime, viste però con un’ottica diversa da un presente dove portano ricchezza (e corruzione) in una cerchia ristretta delle élite africane e alle multinazionali occidentali. La fiche che l’Unione europea vorrebbe moltiplicare al tavolo verde degli investimenti si gioca le sue opportunità di attirare capitali privati prima di tutto nelle vene profonde dell’Africa da dove escono gas, petrolio, minerali. In primo piano per le scoperte di giacimenti giganti nel settore energetico, con il 50% delle riserve mondiali di cromo, cobalto, diamanti, oro, l’Africa possiede il 60% per cento delle terre arabili non coltivate nel mondo. Anche per questo fa gola a tutti. 
Ma la relazione tra l’enorme potenziale in risorse naturali, la crescita del Pil e lo sviluppo sociale non è lineare: anzi in Africa a volte più la nazione è ricca e più i cittadini sono poveri.
Le materie prime rappresentano il 70% delle esportazioni totali. Ma è solo cambiando registro rispetto al passato che l’energia e le materie prime possono diventare il volano dello sviluppo socio-economico, altrimenti gli africani cercheranno sempre una via di fuga da guerre, despoti e cleptocrazie che costringono la gente a vivere con meno di un dollaro al giorno. 

L’amministratore delegato dell’Eni ha rilasciato le sue dichiarazioni qualche giorno fa dopo la missione a Tripoli nella base navale di Abu Sitta dove si è installato Fayez Al Sarraj, il premier del governo libico sostenuto dalla comunità internazionale. Non tutta certo: l’Italia in prima fila, la Francia e l’Egitto, con i loro interessi energetici e militari in Cirenaica legati al generale Khalifa Haftar, un po’ meno. Ma intanto chi fa andare la Libia, Cirenaica compresa, è il gas estratto dall’Eni che oggi al 60% rimane nel Paese: se chiude le operazioni la multinazionale italiana si spegne la luce nelle case dei libici. Anche questa, con tutte le sue contraddizioni, è la realtà africana e la “nuova Eurafrica” dovrà tenerne conto.

Fonte: Il Sole 24 Ore