Il caso Litizzetto presenta tre aspetti distinti: uno di carattere penale, uno di carattere professionale ed uno di carattere politico. Vediamoli in ordine.

Da un punto di vista penale, nel comportamento della Litizzetto potrebbero ravvisarsi i reati di ingiuria (594 cp) e di diffamazione (595 cp). L’Articolo 594 del codice penale prevede che l’offesa sia fatta contro una “persona presente”, ma, nel comma successivo, si stabilisce che alla stessa pena (la reclusione fino a sei mesi o una multa) soggiace anche chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, con scritti o disegni diretti alla persona offesa. C’è sempre l’elemento della “presenza” dell’offeso, anche se in questo caso l’ingiuria è fatta con mezzi di comunicazione a distanza.

Nel nostro caso abbiamo una persona giuridica (il M5s) che, attraverso i suoi aderenti in ascolto, può essere “presente” all’insulto.

Più pertinente appare l’ipotesi della diffamazione che prevede l’offesa alla reputazione di alcuno (in questo caso, di un movimento politico) “comunicando con più persone”. Lo stesso articolo 595, nel suo terzo comma, prevede aggravante specifica nel caso l’offesa sia recata per mezzo stampa o qualsiasi altro mezzo di pubblicità, per la quale la pena è elevata da sei mesi a tre anni di reclusione.

Nel nostro caso, tuttavia, c’è da considerare la scriminante della satira, forma espressiva d’arte che, in quanto tale, è tutelata dagli artt. 9, 21 e 33 della Costituzione. La giurisprudenza costante ha sempre riconosciuto il valore sociale della satira, ritenendo che essa scriminasse l’eventuale offesa anche nel caso di espressioni “forti”, quando l’ironia si spinga sino al sarcasmo e quando anche vi si mescolino elementi volgari o trivialità. Tuttavia, la scriminante della satira non copre affermazione: la stessa giurisprudenza pone un limite all’esercizio della satira nella “continenza” che l’autore deve esercitare. Occorre, quindi, che ci sia in primo luogo, lo scopo di emendare i costumi, rendendo così un servizio di interesse sociale, in secondo luogo che ci sia una proporzione fra le espressioni usate e i comportamenti effettivi che si intende “castigare” ed in terzo luogo, che si tratti pur sempre di una forma d’arte (letteratura, teatro, disegno…) e che quindi abbia una pur minima qualità.

E, dunque, il diritto di far satira, come più in generale, non è l’autorizzazione a dire qualsiasi cosa senza assumerne le relative responsabilità. Io non posso andare in Tv e, magari al di fuori di qualsiasi contesto, dire cose come “Il Papa è un finocchio, la madre di Renzi faceva la vita, Forza Italia è un movimento di pedofili e quelli del Pd sono pezzi di merda”. E magari poi giustificarmi dicendo: “facevo satira”. Non tutto è satira ed è bene mantenere una linea di divisione netta fra satira ed insulto o diffamazione. E il primo criterio è quello di vedere se c’è qualità artistica. C’è stato qualcuno che, forse in preda ad un momento di particolare euforia, ha paragonato la Litizzetto a Dante e Cecco Angiolieri… non credo di dover commentare.

Veniamo allo sketch della Litizzetto (se non l’avete visto, vedetelo); si parte da una gratuità assoluta: ”Le stelle cadenti sono merda, pare degli astronauti”. Affermazione strampalata e priva di qualsiasi senso, non giustificata neppure da un calembour (del tipo stelle e stalle), si prosegue brevemente con un altro pezzo che, nella più generosa delle ipotesi, potremmo catalogare come comicità demenziale, dopo di che la battuta finale “se ci sono movimenti intestinali come vogliamo chiamarli? Movimento cinque stelle”. Vorrei che qualcuno dei diversi difensori della Litizetto mi dica dove vede una traccia di humor in uno sketch del genere. Sarei curioso di conoscere il mentecatto capace di ridere di una “battuta” così.

Il problema non è se sia stato preso a bersaglio il M5s piuttosto che un altro partito o se la satira in questione sia stata troppo pesante: Crozza quando fa satira su Grillo e Casaleggio li dipinge come despoti barbari e ci va giù pesante, ma non mi pare che nessuno del M5s o vicino ad esso, si sia mai risentito per questo. Personalmente ho sempre riso molto. Il problema è che quella della Litizzetto non è satira ma gratuita sguaiataggine.

Spesso, nei casi di satira si discute sul se sia satira o solo insulto, proprio perché c’è una elevata dose di soggettività nel giudizio e, personalmente, sono sempre dell’idea che “nel dubbio si assolve”. Ma se c’è un caso in cui il confine fra satira e insulto triviale e gratuito risulta chiaramente passato, mmi pare che sia questo e con tutta evidenza.

Ma chi lo stabilisce? Ciascuno nel proprio ruolo: l’offeso valuterà se ci siano le condizioni e la convenienza per dare querela (e il M5s farebbe benissimo a farlo), il Pm valuterà se ci siano le condizioni per chiedere il rinvio a giudizio, il giudice di merito deciderà se condannare o assolvere e questo esaurisce il giudizio penale. Poi c’è il giudizio di carattere amministrativo, per cui i dirigenti rai e la commissione parlamentare di vigilanza valuteranno se si sia nei limiti dell’esercizio della satira o se ci sia stato un abuso, magari una indebita forma di propaganda politica.

Ed anche gli spettatori hanno diritto di dire la loro, magari con una petizione in cui lamentano il basso livello professionale della persona in questione. Perché non si può? Forse chi dice di far satira gode dell’insindacabilità? Tanto, state tranquilli: protettori e danti causa della signorina provvederanno ad evitarle ogni fastidio.

Ma, dice qualcuno, perché non usare l’arma del telecomando? Giustissimo bisogna usare anche l’arma del telecomando. Anche. Quell’arma funziona con le tv che vivono di pubblicità (quindi di audience) ma è inefficace con chi ha la rendita del canone, per cui, se tu cambi o non cambi canale, lo stipendio corre lo stesso per tutti.

E qui si profila la questione politica: se vivi di canone non sei come gli altri ed hai obblighi di rispetto in più e devi usare con molta maggiore accortezza la tua libertà di espressione, perché non hai il diritto di offendere una parte di quelli che ti pagano. Anche per questo l’uscita della Litizzetto è stata politicamente inopportuna.

Qualcuno si è risentito per l’espressione “cacciata a pedate”, riferita alla signorina in questione, perché troppo violenta. Nessun problema: cambiamola con “gentilmente accompagnata alla porta” va bene cosi?.

Allora la Litizetto deve essere cordialmente congedata perché

1. ha superato il limite fra la satira e l’insulto, con ciò esponendo l’ente anche al rischio di risarcimenti (e non importa se poi il M5s farà o non farà querela), potrebbe capitare in seguito con altri),

2. ha dimostrato scarsa professionalità, più adatta a qualche locale di periferia che all’ente televisivo più importante del paese

3. ha fatto una grave scorrettezza realizzando un indebito spot di pubblicità negativa in riferimento ad una forza politica.
Nessuna censura, ma richiamo alla responsabilità. Non è vero che comici e giornalisti abbiano diritto a dire qualsiasi cosa, perché “non dobbiamo tappargli la bocca”. Qui non si tratta di censura ma di tutela di altri interessi parimenti garantiti dall’ordinamento.

Si va diffondendo una cultura infantile per cui nessuno risponde delle proprie azioni e parole, bisogna ripristinare una cultura della responsabilità per cui chi sbaglia paga. Va bene così?

Quanto alla favola della Rai come “servizio pubblico” ne scriverò prossimamente.

Fonte: aldogiannuli.it