L’annunciato incontro a Cuba tra papa Francesco e il patriarca di tutte le Russie Kirill è senza dubbio un evento storico, dopo secoli di rivalità e incomprensioni tra due “colossi” della cristianità. Il Vaticano è il faro di più di un miliardo di cattolici nel mondo, che a loro volta sono la metà di tutti i cristiani, che sono il 31,7% della popolazione mondiale. Il patriarcato raduna quasi il 40% di tutti i fedeli ortodossi del mondo, e nella sua guida si riconosce oltre il 70% dei cittadini russi.

Non sono un teologo e non parlerò di questioni di cui sono incompetente. Ma è facile immaginare che cosa potrebbe voler dire, a livello globale, una ricomposizione dell’unità dei cristiani come quella perseguita da papa Francesco (e già avviata da Benedetto XVI), anche solo considerando quanto ci dicono i demografi, e cioè che intorno al 2050, per effetto della diversa natalità, il numero dei musulmani nel mondo sarà più o meno pari a quello dei cristiani, che oggi li superano di 7-8 punti percentuali.

Pensiamo a che cosa vorrebbe dire per i cristiani del Medio Oriente, per esempio. Tema non a caso sollevato dal metropolita Hilarion, responsabile delle relazioni esterne del Patriarcato, nel presentare le ragioni dell’incontro tra papa Francesco e Kirill. “Il genocidio della popolazione cristiana”, ha detto tra l’altro il metropolita, “richiede una più stretta collaborazione tra le Chiese”.

Papa Francesco e la “politica”
E’ ovvio, comunque, che in questo incontro c’è anche un aspetto “politico”, per quanto il termine suoni improprio per papa Francesco. Da un lato perché l’autocefalia significa da sempre, per la Chiesa ortodossa russa, fedeltà alla nazione e allo Stato che la rappresenta. Dall’altro perché, in forza della sua visione e della sua ispirazione, papa Francesco è diventato in pochissimo tempo quello che si chiama un “player globale”, una figura da cui non si può prescindere nemmeno per le cose del mondo.

Cuba e Usa, Cile e Bolivia, il Venezuela, la Siria, Israele e Palestina, l’Iran… Ecco alcune delle questioni che sono passate per il Vaticano di papa Francesco. Dove, per due visite in due anni, è arrivato anche Vladimir Putin. Mi pare piuttosto evidente che il Pontefice si tenga molto alla larga da tutti i tentativi di emarginare la Russia e criminalizzare il suo Presidente, anche se è altrettanto evidente che abbia molto da dirgli sull’uso della guerra, sui diritti civili, sul rispetto dell’ambiente (anche qui per fare solo qualche esempio).

Ma è una visione perfettamente coerente con il magistero di papa Francesco. Nel discorso alle Nazioni Unite (25.9.2015) aveva chiaramente detto che l’obiettivo finale dev’essere “concedere a tutti i Paesi, senza eccezione, una partecipazione e un’incidenza reale ed equa nelle decisioni”. E aveva aggiunto: “Nessun individuo o gruppo umano si può considerare onnipotente, autorizzato a calpestare la dignità e i diritti delle altre persone singole o dei gruppi sociali”, ripetendo che la limitazione del potere è uno dei cardini del diritto.

Concetti ripetuti nell’ultimo Messaggio per la Giornata della pace (1.1.2016), intitolato “Vinci l’indifferenza e conquista la pace”. Papa Francesco in esso ribadisce che “i responsabili degli Stati sono anche chiamati a rinnovare le loro relazioni con gli altri popoli, permettendo a tutti una effettiva partecipazione e inclusione alla vita della comunità internazionale” e devono applicare politiche “rispettose dei valori delle popolazioni locali”.

Il pianeta, quindi, come comunità in cui tutti devono avere diritto di parola e di ascolto, diritto al rispetto. Pur mai esplicitato, è nei fatti un rifiuto netto dell’eccezionalismo americano, dell’idea perennemente riaffermata dagli inquilini della Casa Bianca che gli Usa abbiano un destino non comune, magari per volontà divina, in qualche modo superiore a quello di tutte le altre nazioni, essendo così autorizzati a cercare di imporre il proprio stile di vita e il proprio modo di fare anche agli altri. Ed è forse la negazione anche di qualunque altro eccezionalismo, visto che il mondo purtroppo ne abbonda.

Per questo papa Francesco ama la Russia, anche se non ne condivide tutti i pensieri e tutte le azioni. Per questo non smette di cercare un contatto con la Cina e i suoi governanti. Per questo non è amatissimo da Obama. Per questo papa Francesco è, oggi, l’unico leader che può parlare a tutti ed essere creduto da tutti.

Fonte: Famiglia Cristiana